Il caso del Presidente Schreber
Il testo “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber)”, del 1910,[i] contiene le osservazioni di Freud sull’autobiografia del Presidente Schreber, pubblicata a cura dell’autore nel 1903 e dal titolo “Memorie di un malato di nervi”. Il libro è stato segnalato a Freud da Jung nel marzo del 1910 e Freud, dopo averlo letto, lo utilizzò come paradigma della paranoia, di cui aveva già scritto molti anni prima.
Nella premessa, Freud segnala comunque che “essendo il nostro intervento subordinato alle prospettive del successo terapeutico, ci è impossibile assumere in cura ammalati del genere e tanto meno sottoporli a un trattamento prolungato” (p. 339). E, qualche riga sotto, aggiunge che “l’indagine psicoanalitica della paranoia sarebbe assolutamente impossibile se i malati non possedessero la prerogativa di tradire, sia pure in forma deformata, proprio ciò che gli altri nevrotici tengono celato come un segreto”. Il che significa che, nonostante le difficoltà legate al tempo della cura e all’utilizzo del transfert – che renderebbero impossibile il trattamento dei pazienti paranoici – la loro prerogativa di tradire, nel senso di lasciare uscire a cielo aperto, quello che i nevrotici nascondono come un segreto, rende leggibile la loro struttura e la dinamica da cui essa procede. Il dottore in legge Daniel Paul Schreber, ex presidente della Corte di Appello di Dresda, proprio perché ha voluto pubblicare un libro che, a suo parere, “per la scienza e per la conoscenza di verità religiose potrebbe essere una cosa preziosa”, ha quindi permesso a Freud l’analisi contenuta nel suo scritto. Più avanti nel testo, inoltre, Freud sottolinea che “lo stesso Schreber si esprime in innumerevoli casi come se condividesse le nostre idee preconcette. Egli parla continuamente di «nervosismo» e di deviazione erotica in un sol fiato” (p. 359). Freud, quindi, trova nel caso di Schreber una conferma della sua teoria e utilizza il suo testo proprio per mostrare questa analogia.
Lacan, nel suo Seminario dedicato alle psicosi, sostiene che Freud “prende il libro di un paranoico […] e ne dà una decifrazione alla Champollion, lo decifra nel modo in cui si decifrano i geroglifici”.[ii] Come, però, segnala ancora Lacan, “l’interpretazione analitica si dimostra qui simbolica, nel senso strutturato del termine. Questa traduzione è in effetti sensazionale. Ma, fate attenzione, essa lascia sullo stesso piano il campo delle psicosi e quello delle nevrosi”. Ciò che conta, quindi, non è solo l’interpretazione simbolica, volta a estrarre la struttura del caso, ma anche il fatto di poter “rendere conto della distinzione dei due campi”. Più avanti nel testo, Lacan sottolinea infatti che, grazie al caso del Presidente Schreber, possiamo “cogliere per la prima volta delle nozioni strutturali la cui estrapolazione è possibile in tutti i casi. […] Troviamo anche nel testo stesso del delirio una verità che non è nascosta, come avviene nelle nevrosi, ma proprio esplicitata e quasi teorizzata. Il delirio […] è un doppio, perfettamente leggibile, di quello che affronta l’investigazione teorica”.[iii] In questo senso, possiamo dire che il caso del Presidente Schreber è paradigmatico della paranoia e serve, come scrive Lacan in “Una questione preliminare a ogni trattamento possibile della psicosi”, per “mostrare una struttura che si avvererà simile al processo stesso della psicosi”.[iv]
Nel primo capitolo, intitolato “Storia della malattia”, Freud comincia con le parole di Schreber, che scrive: “Sono stato malato di nervi due volte […] ambedue le volte in seguito a una fatica intellettuale eccessiva: la prima volta […] in occasione di una candidatura al Reichstag, la seconda […] quando assunsi la carica, recentemente conferitami, di presidente di Corte d’Appello a Dresda”. (p. 342). Nel periodo che va dall’annuncio di tale carica (nel giugno 1883) alla nomina vera e propria (1 ottobre), Freud segnala che Schreber sognò spesso che gli era tornata la vecchia malattia e una volta, al mattino, ebbe “la rappresentazione che dovesse essere davvero bello essere una donna che soggiace alla copula” (p. 343). Si tratta di una fantasia, un pensiero fugace che attraversa la mente di Schreber ma che, in seguito, assumerà sempre più importanza. Come spiega Lacan, tale frase mette in luce una sorta “di conflitto morale” tra l’io e la rappresentazione-fantasma dell’accoppiamento; si tratta, inoltre, a suo parere, di “un fenomeno preconscio”.[v] Schreber, in effetti, ne parla come di una rappresentazione che non ha lo stesso statuto della realtà, di una rappresentazione relativa a una fantasia. La seconda malattia, che richiese il ricovero nella clinica del dottor Flechsig, include delle idee ipocondriache, “idee di persecuzione derivate da allucinazioni”, iperestesia e grande sensibilità a luce e rumore. In seguito, come segnala Freud, “le allucinazioni visive e acustiche divennero più frequenti e […] finirono per dominare la totalità delle sue sensazioni e riflessioni; egli riteneva di esser morto e in parte già putrefatto, malato di peste, vaneggiava che il suo corpo […] subiva cose più terrificanti […] e tutto ciò per una causa sacra”. (p. 343). Aveva allucinazioni di carattere mistico e religioso, udiva “musica sacra”, si riteneva perseguitato da molte persone, e in primo luogo dal suo medico, il dottor Flechsig. Queste, quindi, sono le diverse manifestazioni della psicosi di Schreber all’epoca dello scatenamento. Ciò che sembra interessare maggiormente Freud, però, è il fatto che “il paziente aveva da un lato sviluppato un ingegnoso sistema delirante […] e dall’altro lato la sua personalità si era ricostruita e si rivelava ora all’altezza di affrontare […] i compiti dell’esistenza quotidiana.” (p. 344). Quello che Freud, quindi, mette subito in evidenza è, da un lato, la costruzione di un “sistema delirante” (le “idee di origine morbosa che si sono unite a formare un sistema conchiuso”) e, dall’altro, le conseguenze prodotte dalla creazione di un tale sistema, ovvero la ricostruzione della personalità, e quindi la sua guarigione. Schreber, infatti, dopo aver costruito il suo delirio religioso, cominciò a stare meglio, riacquistò i suoi diritti civili e, nel 1903, riuscì persino a pubblicare il proprio testo.
Il contenuto del sistema delirante di Schreber è il seguente: “Egli ritiene di esser chiamato a redimere e a restituire ad esso la perduta beatitudine, a condizione però di trasformarsi da uomo in donna” (p. 346). Tale trasformazione, come segnala Freud, è un dovere “che ha le sue radici nell’Ordine del Mondo” (p. 346), è confermata dai miracoli divini che Schreber sperimenta nel suo corpo come pure dalle voci che gli parlano, ed è finalizzata alla nascita “per diretta fecondazione da parte di Dio” (p. 347) di nuovi uomini.[vi] A questo riguardo Freud fa notare che “il delirio di redenzione è una fantasia a noi familiare, […] il nucleo della paranoia religiosa” (p. 347), in base alla quale l’individuo ritiene di avere una missione divina da compiere, o comunque una relazione speciale con dio. La trasformazione in donna (o evirazione, Entmannung) – che è stato il delirio primario di Schreber, annunciato dalla rappresentazione di essere una donna che subisce l’accoppiamento – è invece meno comprensibile, a meno che non si consideri – come Freud suggerisce – che il “delirio di persecuzione sessuale si è successivamente trasformato in megalomania religiosa. La parte di persecutore fu dapprima assegnata al medico curante, professor Flechsig, in seguito Dio stesso prese il suo posto” (p. 348). Come segnala lo stesso Schreber, l’idea che “Dio stesso fosse al corrente se non addirittura l’autore medesimo del piano mirante all’assassinio della mia anima e all’abbandono del mio corpo in qualità di prostituta femminile, è un pensiero che […] è giunto alla mia chiara consapevolezza solo durante la stesura del presente saggio” (p. 349). Nel Seminario III, Lacan considera l’“assassinio dell’anima” come l’espressione di una certa “incrinatura […] nell’ordine delle sue relazioni con l’altro”: “si tratta di qualcosa che ha essenzialmente rapporto con le origini dell’io, con quello che per il soggetto è l’ellissi del suo essere”,[vii] nel senso del suo annullamento. In termini lacaniani, possiamo dire che l’esclusione dell’Altro nella psicosi ha effetti sia a livello del corpo del soggetto (cfr. la dissoluzione immaginaria di cui parla Lacan nel suo Seminario III) sia a livello del suo rapporto con il significante (cfr. l’erotizzazione di determinati termini e, più in generale, i “fenomeni di linguaggio”). Secondo Freud, ad ogni modo, la trasformazione in donna è il “nucleo originario del suo sistema delirante […] l’unica che riuscì a permanere nelle sue azioni concrete una volta ristabilito” (p. 350), e con la quale, alla fine, Schreber si conciliò.
Alla ricerca della logica soggiacente a tale sistema, Freud – apparentemente con una certa delusione – fa notare che “in ogni punto della teoria si nota una singolare combinazione di banalità e genialità, di elementi presi a prestito e di posizioni originali” (p. 351). Rispetto alla sua posizione nei confronti della religione, come fa notare Freud, il presidente Schreber “era stato uno scettico in materia di religione” (p. 353) e “nel redentore di oggi permangono molteplici aspetti dello scettico di un tempo” (p. 353). Il Dio di Schreber, infatti, è per così dire un dio morto e disumano, “non comprende gli uomini viventi”, ha rapporti solo con i cadaveri, invia a Schreber miracoli e voci e lo obbliga a un pensiero continuo. “Ogni volta che smetto di pensare, Dio immediatamente ritiene che le mie facoltà intellettuali siano svanite […] e così si sia aperta la possibilità di una ritirata” (p. 354), nel senso di un suo abbandono. Tale Dio, inoltre, gli appare come “ridicolo o puerile” (p. 356), mentre l’essere umano, o comunque Schreber, di fatto, risulta vittorioso nella lotta intrapresa nei confronti di Dio. Nella sua relazione con Dio Schreber prova sensazioni di voluttà-beatitudine, che descrive “come uno stato di godimento perenne, legato alla contemplazione di Dio” (p. 337). Come sottolinea Freud, la stretta relazione fra voluttà e beatitudine “è la pietra di volta sulla quale il malato ha costruito la speranza di una conciliazione definitiva con Dio e della cessazione delle proprie sofferenze” (p. 358). Nel concetto di beatitudine, inoltre, Freud coglie la presenza di una condensazione “dei due principali significati della parola tedesca selig e cioè «defunto» e «sensualmente felice»” (p. 358). Questo elemento è molto interessante in quanto mostra che Freud, anche in questo caso, lavora sul testo di Schreber a partire da un’analisi di tipo linguistica. Lo stesso si può dire per il fatto, espresso qualche pagina prima, secondo cui le “anime apprendono il linguaggio usato da Dio, la cosiddetta «lingua fondamentale», una specie di tedesco un po’ arcaico ma pur sempre vigoroso, che si distingue specialmente per la grande ricchezza di eufemismi”. (p. 352) Come fa notare Lacan, nella lingua fondamentale, così come nel discorso delirante in genere, “alcuni dei suoi elementi si isolano, si appesantiscono, prendono un valore, una forza d’inerzia particolare, si caricano di significazione, di significazione semplicemente”.[viii] Quelli che Freud definisce come “eufemismi”, nella lettura di Lacan diventano quindi esempi di “parole che hanno preso per il soggetto quel peso così particolare. Chiameremo questo un’erotizzazione”.[ix] Più avanti nel testo, Lacan spiegherà questo rapporto particolare con la parola a partire dalla formula freudiana secondo cui gli psicotici amano il loro delirio come loro stessi.[x]
Per quanto riguarda, invece, lo sviluppo vero e proprio della malattia, Freud sostiene che Schreber “era divenuto credente in Dio e coltivava la voluttà con fervore” (p. 360). Dopo aver avuto il fantasma di essere una donna che subisce il coito, e dopo essersene difeso a lungo, la via verso la stabilizzazione del suo delirio è contraddistinta dall’accettazione di quella che egli definisce come la sua “trasformazione in donna” (p. 360). Schreber prova sensazioni di godimento femminile, è convinto che “chiunque mi vedesse con la parte superiore del corpo denudata […] riceverebbe senza dubbio l’impressione di un torace femminile” (p. 361). Come mette in evidenza Freud, “il suo delirio di esser trasformato in donna non è altro che la realizzazione del contenuto di quel sogno” (p. 361) e testimonia il fatto che Schreber ha accettato tale trasformazione futura in quanto risponde ai disegni di Dio.
Nel capitolo intitolato “Tentativi d’interpretazione”, Freud mette in evidenza che, per capire il senso della paranoia di Schreber, è necessario applicare al suo testo “un procedimento abituale della tecnica psicoanalitica, trascurare il rivestimento negativo, assumere l’esempio come qualcosa di realmente avvenuto, la citazione o la convalida come fonti originali, per trovarci in possesso della traduzione che cercavamo del modo di esprimersi paranoico in quello normale” (p. 363). E ci avverte, comunque, di fare in modo che “a un più elevato impiego di finezza interpretativa non corrisponda una riduzione della certezza e dell’attendibilità dei risultati” (p. 364). Solo così, infatti, è possibile, come dice Freud, “ricondurre, con qualche certezza, il nucleo del sistema delirante di Schreber a un’origine che proceda da motivi umani a noi familiari” (p. 365). Nello specifico, il sentimento di persecuzione, che Schreber prova nei confronti del professor Flechsig, diminuisce solo con la sua “conciliazione” (p. 365) e, quindi, con il suo consenso al progetto divino – a cui giunge grazie a quello che Freud definisce come il lavoro di “formazione del delirio” (p. 366). In un primo tempo, invece, secondo Schreber, Flechsig è l’individuo che ha commesso o tentato di commettere “un assassinio dell’anima” (p. 366), nel senso che si è impadronito della sua anima. Tale espressione, come ci indica Freud, è stata mutuata dalla saga del Faust di Goethe, e dal Manfred di Byron, un dramma che descrive, nel dialogo tra Manfred e gli spiriti, l’incesto tra costui e la sorella, da cui deriva la perdita dell’anima. A questo riguardo, Lacan ci indica che “è in quanto [Schreber] non ha acquisito, o ha perduto l’Altro, che incontra l’altro puramente immaginario”.[xi] Non avendo, per così dire, a sua disposizione un’imago paterna, essendogli forcluso il significante della paternità, Schreber[xii] è interamente preso dentro una relazione immaginaria con l’altro, a livello dell’altro speculare, con il quale ha rapporti di amore-odio e di frustrazione. Come spiega, infatti, più avanti Freud “il rapporto tra il malato e il suo persecutore si (può) descrivere in una formula assai semplice. La persona alla quale il delirio ascrive sì grande influenza e potenza, nelle cui mani fan capo tutte le fila del complotto […] è la stessa persona che prima della malattia aveva una parte altrettanto importante nella vita sentimentale del paziente o un suo sostituto facilmente riconoscibile. L’importanza affettiva è proiettata al di fuori come potenza esterna, mentre l’accento sentimentale si tramuta nel suo contrario: colui che ora è odiato e temuto come persecutore era un tempo oggetto d’amore e di venerazione. La persecuzione istituita dal delirio serve soprattutto a giustificare il mutamento avvenuto nell’atteggiamento sentimentale del paziente.” (p. 368) Il che significa che il sentimento d’amore nei confronti dell’essere prescelto si è tramutato nel suo opposto, ovvero nell’odio e nel senso di persecuzione.
Come indica poi Freud, “la causa determinante di questa malattia fu dunque un assalto di libido omosessuale, il cui oggetto in origine fu, con ogni probabilità, il dottor Flechsig, e la lotta contro questo impulso libidico provocò il conflitto che generò le manifestazioni patologiche” (p. 370). Vale a dire che l’impulso omosessuale produsse una difesa da parte di Schreber mentre il sentimento di simpatia nei confronti di Flechsig ebbe origine “da un processo di traslazione in virtù del quale un investimento affettivo del malato è stato trasposto da una persona per lui molto importante sulla persona del medico”. (p. 373) Flechsig, in altri termini, è solo un surrogato della figura del padre o del fratello di Schreber. Come indica poi Freud, “la causa immediata della malattia è stata una fantasia di desiderio femminile (cioè omosessuale passiva) che ha scelto come proprio oggetto la persona del medico. La personalità di Schreber ha opposto una intensa resistenza contro questa fantasia e la lotta difensiva che ne è risultata […] è quella del delirio di persecuzione” (p. 374). Il delirio di Schreber, in seguito, però, si trasforma: a Flechsig viene sostituito Dio, l’evirazione diventa conforme all’Ordine del Mondo, “serve alle finalità di una rinnovata creazione del genere umano dopo che esso è giunto alla sua fine” (p. 375). In questo modo il delirio diventa per Schreber una soluzione vivibile, “una via di sfogo soddisfacente per entrambe le istanze in conflitto: l’Io di Schreber si compensa nel delirio di grandezza, mentre alla fantasia femminile di desiderio è stato consentito di affermarsi e rendersi accettabile” (p. 375). Poiché, però, con questa stabilizzazione aumenta anche il senso di realtà, Schreber è obbligato a rinviare “a un lontano avvenire la soluzione, a soddisfarsi cioè di un appagamento di desiderio per così dire asintotico” (p. 375). L’aggettivo asintotico, sottolineato anche da Lacan, deriva dal termine asintoto, che sta ad indicare una retta, relativa a una curva, la cui distanza da un punto della curva tende a zero quando il punto tende all’infinito. Questo significa che la trasformazione in donna, da parte di Schreber, avverrà solo in un futuro lontano, mai realizzato ma sempre possibile come punto di mira. Facciamo notare, comunque, che Lacan non fa derivare il delirio schreberiano da una fantasia di tipo omosessuale, ma bensì dal “buco” in cui consiste la psicosi ovvero da “una mancanza a livello del significante”.[xiii] La forclusione del significante della paternità fa sì che Schreber, da un lato, si difenda, eviti di avvicinarsi al bordo del buco, “al luogo in cui non vi è risposta alla domanda”[xiv] e, dall’altro, sia mosso da quella che Lacan chiama la “pousse-à-la-femme”. “Nella psicosi è il significante che è in causa, e dato che il significante non è mai solitario […] la mancanza di un significante conduce necessariamente il soggetto a rimettere in causa l’insieme del significante”.[xv]
Un altro elemento tipico della paranoia, come sostiene Freud in relazione alle figure di Flechsig e di Dio nel delirio schreberiano, è che “la paranoia scompone laddove l’isteria condensa. […] la paranoia risolve di nuovo nei loro elementi le condensazioni e le identificazioni avvenute nella fantasia inconscia” (p. 376) Il delirio paranoico di Schreber, quindi, ha scomposto in Flechsig e in Dio (nei confronti del quale Schreber mostra un’alta devozione e, al contempo, una critica blasfema e una violenta ribellione) quella che Freud chiama “la persona del padre” (p. 377), il dottor Daniel Gottlob Moritz Schreber, un pedagogo che ha incarnato la legge nel vero senso del termine. Secondo Freud, infatti, l’atteggiamento infantile di Schreber nei confronti del padre è “il modello sul quale questo rapporto (con Dio) è fedelmente ricalcato” (p. 378). Più avanti nel testo, Freud sintetizza la problematica di Schreber in questi termini: “Anche nel caso di Schreber ci troviamo sul ben noto terreno del complesso paterno” (p. 381): il padre “intralcia il soddisfacimento, per lo più autoerotico, cui il bambino aspira, e che più tardi viene sostituito nella fantasia da un soddisfacimento meno inglorioso” (pp. 381-382). E ancora: “proprio la minaccia paterna maggiormente temuta, e cioè quella dell’evirazione, ha fornito materia alla fantasia di desiderio avente per oggetto la trasformazione in donna” (p. 382).
Nel capitolo intitolato “Il meccanismo della paranoia”, Freud estrae, sempre a partire dal caso di Schreber, le caratteristiche e il funzionamento specifico di tale struttura. In primo luogo, Freud ci dice che “il segno distintivo della paranoia […] va individuato […] nella particolare forma in cui si manifestano i sintomi” (p. 385), che derivano dal meccanismo che li produce o dalla rimozione. Secondo Freud, “per difendersi da una fantasia di desiderio omosessuale il paziente reagisce precisamente con un delirio di persecuzione di un certo tipo” (p. 385). Altre cause della paranoia sono identificate nelle umiliazioni e nelle sconfitte sociali che il paziente ha subito. Per spiegare “il ruolo del desiderio omosessuale nella paranoia” (p. 386), Freud fa riferimento alla sua teoria del narcisismo, in base a cui il soggetto assume se stesso e il proprio corpo “come oggetto d’amore, prima di passare alla scelta oggettuale” (p. 386). La fase del narcisismo, secondo Freud, è solo una fase di transizione, che influenza la “scelta oggettuale omosessuale” (p. 387) e che si risolve, poi, da un lato, nella scelta d’oggetto eterosessuale e, dall’altro, nella sublimazione della scelta oggettuale omosessuale, e quindi del relativo erotismo, nell’amicizia e nell’amore per il prossimo. Sappiamo che Lacan, a partire dalla sua elaborazione del concetto di forclusione, propone una lettura assai diversa del delirio paranoico di Schreber: lo “sviluppo del delirio esprime che non vi è, per lui, nessun altro mezzo di realizzarsi, di affermarsi come sessuale, se non ammettendosi come una donna, come trasformato in donna. Questo è l’asse del delirio”.[xvi]
Secondo Freud, invece, “le persone che non si sono completamente liberate dallo stadio narcisistico, che cioè sono trattenute in quel punto da una fissazione che agisce come disposizione alla malattia nevrotica” (p. 387) hanno più possibilità di ammalarsi e, quindi, di incorrere in quella che Freud chiama regressione. Riguardo ai paranoici, egli dice che essi “cercano di sottrarsi da una siffatta sessualizzazione dei loro investimenti pulsionali sociali” (p. 388) e che, di conseguenza, “per l’uomo la fantasia di desiderio omosessuale di amare un uomo costituisce il centro del conflitto della paranoia” (p. 388). Questa lettura della paranoia corrisponde a quanto Freud aveva già sviluppato nel suo testo del 1894, “Le neuropsicosi da difesa”, in cui sostiene che “l’Io respinge la rappresentazione incompatibile unitamente al suo affetto e si comporta come se, all’Io, la rappresentazione non fosse mai pervenuta”.[xvii] Per spiegare il meccanismo della paranoia, inoltre, Freud si dedica anche a un’analisi di tipo linguistico, che verrà messa in valore e ripresa in modo dettagliato da Lacan.
Secondo Freud, infatti, le principali forme conosciute di paranoia possono tutte essere rappresentate come delle “contraddizioni dell’unica proposizione seguente: «Io (un uomo) amo lui (un uomo)» (p. 389). 1) Con il delirio di persecuzione, il paziente ribalta la proposizione (“Io non lo amo – io l’odio”) e sostituisce la percezione interna con una percezione esterna: “Io non l’amo – io l’odio perché egli mi perseguita”. 2) Nell’erotomania, invece, la stessa frase viene trasformata in: “Non è lui che io amo; io amo lei” e poi in: “Non è lui che io amo; io amo lei perché lei mi ama.” 3) Nel delirio di gelosia, la frase primaria viene trasformata in: “Non sono io che lo amo l’uomo – è lei che lo ama”. 4) Nel delirio di grandezza, la frase primaria viene trasformata in: “Io non amo affatto e nessuno”. In tutti questi casi, possiamo notare che il processo di sopravvalutazione dell’oggetto (il legame affettivo), viene respinto all’esterno o, come dice Freud, “gettato fuori dall’Io”. (p. 390) Grazie alla lettura lacaniana del testo di Freud, possiamo dire che tali trasformazioni “dell’affetto” rispondono fondamentalmente alla forclusione, vale a dire alla non assunzione di tale affetto e alle conseguenze che essa determina. Nel Seminario III, inoltre, Lacan mette in evidenza che si tratta di tre diverse modalità di negare “l’enunciato di una tendenza fondamentale”,[xviii] cioè l’affetto provato. Nella formula “Non è sono io che l’amo, è lei”, come dice Lacan, “l’ego parla tramite l’alter ego” e quindi abbiamo “un’alienazione invertita”[xix]; nella formula “Non è lui che amo, è lei”, abbiamo un’alienazione “distolta del messaggio”[xx] e, da ultimo, nell’espressione “Non lo amo, io lo odio”, abbiamo un’alienazione “convertita” nel senso che l’amore viene negato a vantaggio dell’odio. Mentre Lacan incentra il suo interesse sul tipo di alienazione esistente tra il soggetto che parla e il suo altro, Freud attribuisce una funzione preminente alla proiezione – che “compare anche in altre situazioni della vita psichica” (p. 392) – in base alla quale “una percezione interna è repressa e al suo posto il contenuto di essa, dopo aver subito una certa deformazione, perviene alla coscienza sotto forma di percezione esterna” (p. 392). Nei termini del 1894, ciò equivale a dire che “l’Io si strappa alla rappresentazione incompatibile, ma questa è inseparabilmente connessa a un pezzo di realtà; l’Io strappandosi a essa, si stacca dunque, in tutto o in parte, anche dalla realtà”.[xxi] Lacan però fa notare che il termine “proiezione” è troppo vago, in quanto rappresenta solo un fenomeno di tipo immaginario, che si colloca a livello dell’asse a-a’, mentre nella psicosi, pur essendoci forclusione di un significante fondamentale, il simbolico esiste comunque. “I meccanismi in gioco nella psicosi”, spiega infatti Lacan, “non si limitano al registro immaginario”.[xxii]
Subito dopo nel testo, Freud si interroga sulla rimozione, da cui derivano i fenomeni patologici, e in particolare sulla rimozione nella paranoia. La rimozione, secondo Freud, è un processo che si sviluppa in tre fasi: 1) la fase della fissazione, in base a cui una “pulsione o una componente pulsionale […] a causa di (una) inibizione nel suo sviluppo, permane in uno stadio più infantile” (p. 393); 2) la seconda fase è quella della rimozione propriamente detta – che è un “processo essenzialmente attivo” (p. 393) – a cui soccombono o “i derivati psichici delle pulsioni originariamente rimasti indietro” (p. 393) o “tendenze psichiche contro cui si leva per altri motivi una forte avversione” (p. 393). 3) La terza fase è quella del fallimento della rimozione ovvero dell’“irruzione, del ritorno del rimosso” (p. 393). Per affrontare la questione della rimozione nella paranoia, Freud si riferisce ancora al Caso di Schreber: da un lato, egli afferma che “la struttura del delirio che teneva fermo l’Io e sacrificava il mondo si dimostrò alla lunga come la più tenace” (p. 394), e, dall’altro, sottolinea le conseguenze del delirio inteso come una fuga dalla realtà. Come scrive, infatti, Freud, “La fine del mondo è la proiezione di questa catastrofe interiore; il suo mondo soggettivo è giunto alla fine dal momento in cui egli ha sottratto ad esso il suo amore”. (p. 395) Lacan, tuttavia, nel suo Seminario III, sottolinea il fatto che la rimozione è assai diversa dalla proiezione in quanto la prima si fonda su di un “sapere”,[xxiii] che viene negato ma che, in precedenza, si era iscritto. La proiezione nella psicosi, invece, secondo la sua lettura, “è il meccanismo che fa ritornare dal di fuori quello che è preso dentro la Verwerfung, cioè quello che è stato messo fuori dalla simbolizzazione generale che struttura il soggetto.”[xxiv] Forse anche per questo, nel Seminario III, Lacan si dilunga sul tema della lettura, per mostrare cioè cosa significhi negare un sapere a livello della rimozione.
Nel caso di Schreber, la soluzione al suo disastro soggettivo, quindi, è il delirio. Come scrive Freud, “il paranoico ricostruisce il mondo […] Lo ricostruisce col lavoro del suo delirio. La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione” (p. 396). Da un lato, quindi, secondo Freud, la rimozione permette il distacco della libido (fenomeno tran-strutturale e tipico della rimozione) dalle persone amate e, dall’altro, la proiezione apre la via della guarigione e, eventualmente, dei fenomeni allucinatori e del delirio. Così Freud definisce la proiezione in questi termini: “ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori”. (p. 396) Questo, come sappiamo dalla lettura della “Questione preliminare”, è uno degli effetti specifici della Verwerfung del Nome-del-Padre, vale a dire della non-iscrizione del significante-padrone che ordina il mondo simbolico. Nei termini del Seminario III, “si tratta del rifiuto di un significante primordiale nelle tenebre esterne, significante che, pertanto, mancherà a tale livello. […] si tratta di un processo primordiale di esclusione di un didentro primitivo, che non è il didentro del corpo, ma quello di un primo corpo di significante”.[xxv] Questo vuol dire che la forclusione del Nome-del-Padre nella psicosi corrisponde anzitutto all’esclusione della legge simbolica,[xxvi] da cui deriva anche che il corpo del significante non ha ritagliato il corpo dello psicotico. Rispetto alla rimozione, Freud sottolinea comunque che il distacco della libido è tipico della rimozione. Mentre, però, “nell’isteria l’importo libidico divenuto libero si trasforma in innervazioni somatiche o in angoscia” (p. 397), nella paranoia “la libido divenuta libera si appunta sull’Io e viene impiegata per l’espansione dell’Io” (p. 397) dando origine in primo luogo al delirio di grandezza. Freud, infine, ritorna sul tema della regressione per sottolineare che, nella paranoia, “la retrocessione dall’omosessualità sublimata al narcisismo indica l’entità della regressione caratteristica della paranoia” (p. 398) che, nei termini di Lacan, corrisponde invece alla cosiddetta regressione topica allo stadio dello specchio, cioè alla dissoluzione immaginaria prodotta dalla non-iscrizione del Nome-del-Padre.
Anche se Freud non approfondisce molto la questione relativa ai fenomeni di linguaggio, Lacan dedica molte lezioni del suo Seminario III al commento delle Memorie del Presidente Schreber. All’epoca, infatti, secondo Lacan, la diagnosi di psicosi poteva essere fatta solo in presenza dei cosiddetti fenomeni di linguaggio (allucinazioni verbali, neologismi, carattere allusivo di determinate espressioni, ecc..).[xxvii] Nel Seminario Lacan spiega in dettaglio in che modo il soggetto psicotico è nel linguaggio, pur essendo fuori discorso, in quanto l’Altro, nella psicosi, come abbiamo già visto, è escluso. A partire da questa situazione, è possibile poi spiegare anche gli eventi di corpo vissuti, sperimentati da Schreber; nel suo caso, il delirio è stata la soluzione che ha permesso al suo “tabouret”[xxviii]-escabeau, vale a dire al suo sgabello, di stare in piedi. Il delirio, infatti, per Schreber è stata la finzione che gli ha permesso di dare un senso al mondo e di nominare, in un modo o nell’altro, gli incontri che egli ha avuto con il reale.
Per comprendere meglio il senso di questo testo, oltre al Seminario III e alla “Questione preliminare” – che ho già presentato nel corso di un altro insegnamento – ritengo sia molto illuminante uno scritto di Lacan del 1966, pubblicato negli Autres écrits, che s’intitola: “Présentation des Mémoires d’un névropathe”.[xxix] Lacan sottolinea che “il testo di Schreber è un grande testo freudiano, nel senso che […] mette in luce la pertinenza delle categorie che Freud ha forgiato”.[xxx] Freud, inoltre, sempre secondo Lacan, vi introduce “il soggetto in quanto tale”[xxxi] a partire dalla sua logica di funzionamento e dalla sua struttura che, come dice Lacan, “in quanto tale non è intera, ma divisa, e che lascia cadere un residuo irriducibile”.[xxxii] Secondo la lettura lacaniana, che in questo testo distingue il soggetto del significante dal “soggetto del godimento”, la paranoia può essere definita come “ciò che identifica il godimento nel luogo dell’Altro in quanto tale”.[xxxiii] Nel caso specifico di Schreber, il godimento è collocato in Dio e in tutti i suoi rappresentanti che, in un modo o nell’altro, godono o vogliono godere di Schreber.
Il testo “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber)”, del 1910,[i] contiene le osservazioni di Freud sull’autobiografia del Presidente Schreber, pubblicata a cura dell’autore nel 1903 e dal titolo “Memorie di un malato di nervi”. Il libro è stato segnalato a Freud da Jung nel marzo del 1910 e Freud, dopo averlo letto, lo utilizzò come paradigma della paranoia, di cui aveva già scritto molti anni prima.
Nella premessa, Freud segnala comunque che “essendo il nostro intervento subordinato alle prospettive del successo terapeutico, ci è impossibile assumere in cura ammalati del genere e tanto meno sottoporli a un trattamento prolungato” (p. 339). E, qualche riga sotto, aggiunge che “l’indagine psicoanalitica della paranoia sarebbe assolutamente impossibile se i malati non possedessero la prerogativa di tradire, sia pure in forma deformata, proprio ciò che gli altri nevrotici tengono celato come un segreto”. Il che significa che, nonostante le difficoltà legate al tempo della cura e all’utilizzo del transfert – che renderebbero impossibile il trattamento dei pazienti paranoici – la loro prerogativa di tradire, nel senso di lasciare uscire a cielo aperto, quello che i nevrotici nascondono come un segreto, rende leggibile la loro struttura e la dinamica da cui essa procede. Il dottore in legge Daniel Paul Schreber, ex presidente della Corte di Appello di Dresda, proprio perché ha voluto pubblicare un libro che, a suo parere, “per la scienza e per la conoscenza di verità religiose potrebbe essere una cosa preziosa”, ha quindi permesso a Freud l’analisi contenuta nel suo scritto. Più avanti nel testo, inoltre, Freud sottolinea che “lo stesso Schreber si esprime in innumerevoli casi come se condividesse le nostre idee preconcette. Egli parla continuamente di «nervosismo» e di deviazione erotica in un sol fiato” (p. 359). Freud, quindi, trova nel caso di Schreber una conferma della sua teoria e utilizza il suo testo proprio per mostrare questa analogia.
Lacan, nel suo Seminario dedicato alle psicosi, sostiene che Freud “prende il libro di un paranoico […] e ne dà una decifrazione alla Champollion, lo decifra nel modo in cui si decifrano i geroglifici”.[ii] Come, però, segnala ancora Lacan, “l’interpretazione analitica si dimostra qui simbolica, nel senso strutturato del termine. Questa traduzione è in effetti sensazionale. Ma, fate attenzione, essa lascia sullo stesso piano il campo delle psicosi e quello delle nevrosi”. Ciò che conta, quindi, non è solo l’interpretazione simbolica, volta a estrarre la struttura del caso, ma anche il fatto di poter “rendere conto della distinzione dei due campi”. Più avanti nel testo, Lacan sottolinea infatti che, grazie al caso del Presidente Schreber, possiamo “cogliere per la prima volta delle nozioni strutturali la cui estrapolazione è possibile in tutti i casi. […] Troviamo anche nel testo stesso del delirio una verità che non è nascosta, come avviene nelle nevrosi, ma proprio esplicitata e quasi teorizzata. Il delirio […] è un doppio, perfettamente leggibile, di quello che affronta l’investigazione teorica”.[iii] In questo senso, possiamo dire che il caso del Presidente Schreber è paradigmatico della paranoia e serve, come scrive Lacan in “Una questione preliminare a ogni trattamento possibile della psicosi”, per “mostrare una struttura che si avvererà simile al processo stesso della psicosi”.[iv]
Nel primo capitolo, intitolato “Storia della malattia”, Freud comincia con le parole di Schreber, che scrive: “Sono stato malato di nervi due volte […] ambedue le volte in seguito a una fatica intellettuale eccessiva: la prima volta […] in occasione di una candidatura al Reichstag, la seconda […] quando assunsi la carica, recentemente conferitami, di presidente di Corte d’Appello a Dresda”. (p. 342). Nel periodo che va dall’annuncio di tale carica (nel giugno 1883) alla nomina vera e propria (1 ottobre), Freud segnala che Schreber sognò spesso che gli era tornata la vecchia malattia e una volta, al mattino, ebbe “la rappresentazione che dovesse essere davvero bello essere una donna che soggiace alla copula” (p. 343). Si tratta di una fantasia, un pensiero fugace che attraversa la mente di Schreber ma che, in seguito, assumerà sempre più importanza. Come spiega Lacan, tale frase mette in luce una sorta “di conflitto morale” tra l’io e la rappresentazione-fantasma dell’accoppiamento; si tratta, inoltre, a suo parere, di “un fenomeno preconscio”.[v] Schreber, in effetti, ne parla come di una rappresentazione che non ha lo stesso statuto della realtà, di una rappresentazione relativa a una fantasia. La seconda malattia, che richiese il ricovero nella clinica del dottor Flechsig, include delle idee ipocondriache, “idee di persecuzione derivate da allucinazioni”, iperestesia e grande sensibilità a luce e rumore. In seguito, come segnala Freud, “le allucinazioni visive e acustiche divennero più frequenti e […] finirono per dominare la totalità delle sue sensazioni e riflessioni; egli riteneva di esser morto e in parte già putrefatto, malato di peste, vaneggiava che il suo corpo […] subiva cose più terrificanti […] e tutto ciò per una causa sacra”. (p. 343). Aveva allucinazioni di carattere mistico e religioso, udiva “musica sacra”, si riteneva perseguitato da molte persone, e in primo luogo dal suo medico, il dottor Flechsig. Queste, quindi, sono le diverse manifestazioni della psicosi di Schreber all’epoca dello scatenamento. Ciò che sembra interessare maggiormente Freud, però, è il fatto che “il paziente aveva da un lato sviluppato un ingegnoso sistema delirante […] e dall’altro lato la sua personalità si era ricostruita e si rivelava ora all’altezza di affrontare […] i compiti dell’esistenza quotidiana.” (p. 344). Quello che Freud, quindi, mette subito in evidenza è, da un lato, la costruzione di un “sistema delirante” (le “idee di origine morbosa che si sono unite a formare un sistema conchiuso”) e, dall’altro, le conseguenze prodotte dalla creazione di un tale sistema, ovvero la ricostruzione della personalità, e quindi la sua guarigione. Schreber, infatti, dopo aver costruito il suo delirio religioso, cominciò a stare meglio, riacquistò i suoi diritti civili e, nel 1903, riuscì persino a pubblicare il proprio testo.
Il contenuto del sistema delirante di Schreber è il seguente: “Egli ritiene di esser chiamato a redimere e a restituire ad esso la perduta beatitudine, a condizione però di trasformarsi da uomo in donna” (p. 346). Tale trasformazione, come segnala Freud, è un dovere “che ha le sue radici nell’Ordine del Mondo” (p. 346), è confermata dai miracoli divini che Schreber sperimenta nel suo corpo come pure dalle voci che gli parlano, ed è finalizzata alla nascita “per diretta fecondazione da parte di Dio” (p. 347) di nuovi uomini.[vi] A questo riguardo Freud fa notare che “il delirio di redenzione è una fantasia a noi familiare, […] il nucleo della paranoia religiosa” (p. 347), in base alla quale l’individuo ritiene di avere una missione divina da compiere, o comunque una relazione speciale con dio. La trasformazione in donna (o evirazione, Entmannung) – che è stato il delirio primario di Schreber, annunciato dalla rappresentazione di essere una donna che subisce l’accoppiamento – è invece meno comprensibile, a meno che non si consideri – come Freud suggerisce – che il “delirio di persecuzione sessuale si è successivamente trasformato in megalomania religiosa. La parte di persecutore fu dapprima assegnata al medico curante, professor Flechsig, in seguito Dio stesso prese il suo posto” (p. 348). Come segnala lo stesso Schreber, l’idea che “Dio stesso fosse al corrente se non addirittura l’autore medesimo del piano mirante all’assassinio della mia anima e all’abbandono del mio corpo in qualità di prostituta femminile, è un pensiero che […] è giunto alla mia chiara consapevolezza solo durante la stesura del presente saggio” (p. 349). Nel Seminario III, Lacan considera l’“assassinio dell’anima” come l’espressione di una certa “incrinatura […] nell’ordine delle sue relazioni con l’altro”: “si tratta di qualcosa che ha essenzialmente rapporto con le origini dell’io, con quello che per il soggetto è l’ellissi del suo essere”,[vii] nel senso del suo annullamento. In termini lacaniani, possiamo dire che l’esclusione dell’Altro nella psicosi ha effetti sia a livello del corpo del soggetto (cfr. la dissoluzione immaginaria di cui parla Lacan nel suo Seminario III) sia a livello del suo rapporto con il significante (cfr. l’erotizzazione di determinati termini e, più in generale, i “fenomeni di linguaggio”). Secondo Freud, ad ogni modo, la trasformazione in donna è il “nucleo originario del suo sistema delirante […] l’unica che riuscì a permanere nelle sue azioni concrete una volta ristabilito” (p. 350), e con la quale, alla fine, Schreber si conciliò.
Alla ricerca della logica soggiacente a tale sistema, Freud – apparentemente con una certa delusione – fa notare che “in ogni punto della teoria si nota una singolare combinazione di banalità e genialità, di elementi presi a prestito e di posizioni originali” (p. 351). Rispetto alla sua posizione nei confronti della religione, come fa notare Freud, il presidente Schreber “era stato uno scettico in materia di religione” (p. 353) e “nel redentore di oggi permangono molteplici aspetti dello scettico di un tempo” (p. 353). Il Dio di Schreber, infatti, è per così dire un dio morto e disumano, “non comprende gli uomini viventi”, ha rapporti solo con i cadaveri, invia a Schreber miracoli e voci e lo obbliga a un pensiero continuo. “Ogni volta che smetto di pensare, Dio immediatamente ritiene che le mie facoltà intellettuali siano svanite […] e così si sia aperta la possibilità di una ritirata” (p. 354), nel senso di un suo abbandono. Tale Dio, inoltre, gli appare come “ridicolo o puerile” (p. 356), mentre l’essere umano, o comunque Schreber, di fatto, risulta vittorioso nella lotta intrapresa nei confronti di Dio. Nella sua relazione con Dio Schreber prova sensazioni di voluttà-beatitudine, che descrive “come uno stato di godimento perenne, legato alla contemplazione di Dio” (p. 337). Come sottolinea Freud, la stretta relazione fra voluttà e beatitudine “è la pietra di volta sulla quale il malato ha costruito la speranza di una conciliazione definitiva con Dio e della cessazione delle proprie sofferenze” (p. 358). Nel concetto di beatitudine, inoltre, Freud coglie la presenza di una condensazione “dei due principali significati della parola tedesca selig e cioè «defunto» e «sensualmente felice»” (p. 358). Questo elemento è molto interessante in quanto mostra che Freud, anche in questo caso, lavora sul testo di Schreber a partire da un’analisi di tipo linguistica. Lo stesso si può dire per il fatto, espresso qualche pagina prima, secondo cui le “anime apprendono il linguaggio usato da Dio, la cosiddetta «lingua fondamentale», una specie di tedesco un po’ arcaico ma pur sempre vigoroso, che si distingue specialmente per la grande ricchezza di eufemismi”. (p. 352) Come fa notare Lacan, nella lingua fondamentale, così come nel discorso delirante in genere, “alcuni dei suoi elementi si isolano, si appesantiscono, prendono un valore, una forza d’inerzia particolare, si caricano di significazione, di significazione semplicemente”.[viii] Quelli che Freud definisce come “eufemismi”, nella lettura di Lacan diventano quindi esempi di “parole che hanno preso per il soggetto quel peso così particolare. Chiameremo questo un’erotizzazione”.[ix] Più avanti nel testo, Lacan spiegherà questo rapporto particolare con la parola a partire dalla formula freudiana secondo cui gli psicotici amano il loro delirio come loro stessi.[x]
Per quanto riguarda, invece, lo sviluppo vero e proprio della malattia, Freud sostiene che Schreber “era divenuto credente in Dio e coltivava la voluttà con fervore” (p. 360). Dopo aver avuto il fantasma di essere una donna che subisce il coito, e dopo essersene difeso a lungo, la via verso la stabilizzazione del suo delirio è contraddistinta dall’accettazione di quella che egli definisce come la sua “trasformazione in donna” (p. 360). Schreber prova sensazioni di godimento femminile, è convinto che “chiunque mi vedesse con la parte superiore del corpo denudata […] riceverebbe senza dubbio l’impressione di un torace femminile” (p. 361). Come mette in evidenza Freud, “il suo delirio di esser trasformato in donna non è altro che la realizzazione del contenuto di quel sogno” (p. 361) e testimonia il fatto che Schreber ha accettato tale trasformazione futura in quanto risponde ai disegni di Dio.
Nel capitolo intitolato “Tentativi d’interpretazione”, Freud mette in evidenza che, per capire il senso della paranoia di Schreber, è necessario applicare al suo testo “un procedimento abituale della tecnica psicoanalitica, trascurare il rivestimento negativo, assumere l’esempio come qualcosa di realmente avvenuto, la citazione o la convalida come fonti originali, per trovarci in possesso della traduzione che cercavamo del modo di esprimersi paranoico in quello normale” (p. 363). E ci avverte, comunque, di fare in modo che “a un più elevato impiego di finezza interpretativa non corrisponda una riduzione della certezza e dell’attendibilità dei risultati” (p. 364). Solo così, infatti, è possibile, come dice Freud, “ricondurre, con qualche certezza, il nucleo del sistema delirante di Schreber a un’origine che proceda da motivi umani a noi familiari” (p. 365). Nello specifico, il sentimento di persecuzione, che Schreber prova nei confronti del professor Flechsig, diminuisce solo con la sua “conciliazione” (p. 365) e, quindi, con il suo consenso al progetto divino – a cui giunge grazie a quello che Freud definisce come il lavoro di “formazione del delirio” (p. 366). In un primo tempo, invece, secondo Schreber, Flechsig è l’individuo che ha commesso o tentato di commettere “un assassinio dell’anima” (p. 366), nel senso che si è impadronito della sua anima. Tale espressione, come ci indica Freud, è stata mutuata dalla saga del Faust di Goethe, e dal Manfred di Byron, un dramma che descrive, nel dialogo tra Manfred e gli spiriti, l’incesto tra costui e la sorella, da cui deriva la perdita dell’anima. A questo riguardo, Lacan ci indica che “è in quanto [Schreber] non ha acquisito, o ha perduto l’Altro, che incontra l’altro puramente immaginario”.[xi] Non avendo, per così dire, a sua disposizione un’imago paterna, essendogli forcluso il significante della paternità, Schreber[xii] è interamente preso dentro una relazione immaginaria con l’altro, a livello dell’altro speculare, con il quale ha rapporti di amore-odio e di frustrazione. Come spiega, infatti, più avanti Freud “il rapporto tra il malato e il suo persecutore si (può) descrivere in una formula assai semplice. La persona alla quale il delirio ascrive sì grande influenza e potenza, nelle cui mani fan capo tutte le fila del complotto […] è la stessa persona che prima della malattia aveva una parte altrettanto importante nella vita sentimentale del paziente o un suo sostituto facilmente riconoscibile. L’importanza affettiva è proiettata al di fuori come potenza esterna, mentre l’accento sentimentale si tramuta nel suo contrario: colui che ora è odiato e temuto come persecutore era un tempo oggetto d’amore e di venerazione. La persecuzione istituita dal delirio serve soprattutto a giustificare il mutamento avvenuto nell’atteggiamento sentimentale del paziente.” (p. 368) Il che significa che il sentimento d’amore nei confronti dell’essere prescelto si è tramutato nel suo opposto, ovvero nell’odio e nel senso di persecuzione.
Come indica poi Freud, “la causa determinante di questa malattia fu dunque un assalto di libido omosessuale, il cui oggetto in origine fu, con ogni probabilità, il dottor Flechsig, e la lotta contro questo impulso libidico provocò il conflitto che generò le manifestazioni patologiche” (p. 370). Vale a dire che l’impulso omosessuale produsse una difesa da parte di Schreber mentre il sentimento di simpatia nei confronti di Flechsig ebbe origine “da un processo di traslazione in virtù del quale un investimento affettivo del malato è stato trasposto da una persona per lui molto importante sulla persona del medico”. (p. 373) Flechsig, in altri termini, è solo un surrogato della figura del padre o del fratello di Schreber. Come indica poi Freud, “la causa immediata della malattia è stata una fantasia di desiderio femminile (cioè omosessuale passiva) che ha scelto come proprio oggetto la persona del medico. La personalità di Schreber ha opposto una intensa resistenza contro questa fantasia e la lotta difensiva che ne è risultata […] è quella del delirio di persecuzione” (p. 374). Il delirio di Schreber, in seguito, però, si trasforma: a Flechsig viene sostituito Dio, l’evirazione diventa conforme all’Ordine del Mondo, “serve alle finalità di una rinnovata creazione del genere umano dopo che esso è giunto alla sua fine” (p. 375). In questo modo il delirio diventa per Schreber una soluzione vivibile, “una via di sfogo soddisfacente per entrambe le istanze in conflitto: l’Io di Schreber si compensa nel delirio di grandezza, mentre alla fantasia femminile di desiderio è stato consentito di affermarsi e rendersi accettabile” (p. 375). Poiché, però, con questa stabilizzazione aumenta anche il senso di realtà, Schreber è obbligato a rinviare “a un lontano avvenire la soluzione, a soddisfarsi cioè di un appagamento di desiderio per così dire asintotico” (p. 375). L’aggettivo asintotico, sottolineato anche da Lacan, deriva dal termine asintoto, che sta ad indicare una retta, relativa a una curva, la cui distanza da un punto della curva tende a zero quando il punto tende all’infinito. Questo significa che la trasformazione in donna, da parte di Schreber, avverrà solo in un futuro lontano, mai realizzato ma sempre possibile come punto di mira. Facciamo notare, comunque, che Lacan non fa derivare il delirio schreberiano da una fantasia di tipo omosessuale, ma bensì dal “buco” in cui consiste la psicosi ovvero da “una mancanza a livello del significante”.[xiii] La forclusione del significante della paternità fa sì che Schreber, da un lato, si difenda, eviti di avvicinarsi al bordo del buco, “al luogo in cui non vi è risposta alla domanda”[xiv] e, dall’altro, sia mosso da quella che Lacan chiama la “pousse-à-la-femme”. “Nella psicosi è il significante che è in causa, e dato che il significante non è mai solitario […] la mancanza di un significante conduce necessariamente il soggetto a rimettere in causa l’insieme del significante”.[xv]
Un altro elemento tipico della paranoia, come sostiene Freud in relazione alle figure di Flechsig e di Dio nel delirio schreberiano, è che “la paranoia scompone laddove l’isteria condensa. […] la paranoia risolve di nuovo nei loro elementi le condensazioni e le identificazioni avvenute nella fantasia inconscia” (p. 376) Il delirio paranoico di Schreber, quindi, ha scomposto in Flechsig e in Dio (nei confronti del quale Schreber mostra un’alta devozione e, al contempo, una critica blasfema e una violenta ribellione) quella che Freud chiama “la persona del padre” (p. 377), il dottor Daniel Gottlob Moritz Schreber, un pedagogo che ha incarnato la legge nel vero senso del termine. Secondo Freud, infatti, l’atteggiamento infantile di Schreber nei confronti del padre è “il modello sul quale questo rapporto (con Dio) è fedelmente ricalcato” (p. 378). Più avanti nel testo, Freud sintetizza la problematica di Schreber in questi termini: “Anche nel caso di Schreber ci troviamo sul ben noto terreno del complesso paterno” (p. 381): il padre “intralcia il soddisfacimento, per lo più autoerotico, cui il bambino aspira, e che più tardi viene sostituito nella fantasia da un soddisfacimento meno inglorioso” (pp. 381-382). E ancora: “proprio la minaccia paterna maggiormente temuta, e cioè quella dell’evirazione, ha fornito materia alla fantasia di desiderio avente per oggetto la trasformazione in donna” (p. 382).
Nel capitolo intitolato “Il meccanismo della paranoia”, Freud estrae, sempre a partire dal caso di Schreber, le caratteristiche e il funzionamento specifico di tale struttura. In primo luogo, Freud ci dice che “il segno distintivo della paranoia […] va individuato […] nella particolare forma in cui si manifestano i sintomi” (p. 385), che derivano dal meccanismo che li produce o dalla rimozione. Secondo Freud, “per difendersi da una fantasia di desiderio omosessuale il paziente reagisce precisamente con un delirio di persecuzione di un certo tipo” (p. 385). Altre cause della paranoia sono identificate nelle umiliazioni e nelle sconfitte sociali che il paziente ha subito. Per spiegare “il ruolo del desiderio omosessuale nella paranoia” (p. 386), Freud fa riferimento alla sua teoria del narcisismo, in base a cui il soggetto assume se stesso e il proprio corpo “come oggetto d’amore, prima di passare alla scelta oggettuale” (p. 386). La fase del narcisismo, secondo Freud, è solo una fase di transizione, che influenza la “scelta oggettuale omosessuale” (p. 387) e che si risolve, poi, da un lato, nella scelta d’oggetto eterosessuale e, dall’altro, nella sublimazione della scelta oggettuale omosessuale, e quindi del relativo erotismo, nell’amicizia e nell’amore per il prossimo. Sappiamo che Lacan, a partire dalla sua elaborazione del concetto di forclusione, propone una lettura assai diversa del delirio paranoico di Schreber: lo “sviluppo del delirio esprime che non vi è, per lui, nessun altro mezzo di realizzarsi, di affermarsi come sessuale, se non ammettendosi come una donna, come trasformato in donna. Questo è l’asse del delirio”.[xvi]
Secondo Freud, invece, “le persone che non si sono completamente liberate dallo stadio narcisistico, che cioè sono trattenute in quel punto da una fissazione che agisce come disposizione alla malattia nevrotica” (p. 387) hanno più possibilità di ammalarsi e, quindi, di incorrere in quella che Freud chiama regressione. Riguardo ai paranoici, egli dice che essi “cercano di sottrarsi da una siffatta sessualizzazione dei loro investimenti pulsionali sociali” (p. 388) e che, di conseguenza, “per l’uomo la fantasia di desiderio omosessuale di amare un uomo costituisce il centro del conflitto della paranoia” (p. 388). Questa lettura della paranoia corrisponde a quanto Freud aveva già sviluppato nel suo testo del 1894, “Le neuropsicosi da difesa”, in cui sostiene che “l’Io respinge la rappresentazione incompatibile unitamente al suo affetto e si comporta come se, all’Io, la rappresentazione non fosse mai pervenuta”.[xvii] Per spiegare il meccanismo della paranoia, inoltre, Freud si dedica anche a un’analisi di tipo linguistico, che verrà messa in valore e ripresa in modo dettagliato da Lacan.
Secondo Freud, infatti, le principali forme conosciute di paranoia possono tutte essere rappresentate come delle “contraddizioni dell’unica proposizione seguente: «Io (un uomo) amo lui (un uomo)» (p. 389). 1) Con il delirio di persecuzione, il paziente ribalta la proposizione (“Io non lo amo – io l’odio”) e sostituisce la percezione interna con una percezione esterna: “Io non l’amo – io l’odio perché egli mi perseguita”. 2) Nell’erotomania, invece, la stessa frase viene trasformata in: “Non è lui che io amo; io amo lei” e poi in: “Non è lui che io amo; io amo lei perché lei mi ama.” 3) Nel delirio di gelosia, la frase primaria viene trasformata in: “Non sono io che lo amo l’uomo – è lei che lo ama”. 4) Nel delirio di grandezza, la frase primaria viene trasformata in: “Io non amo affatto e nessuno”. In tutti questi casi, possiamo notare che il processo di sopravvalutazione dell’oggetto (il legame affettivo), viene respinto all’esterno o, come dice Freud, “gettato fuori dall’Io”. (p. 390) Grazie alla lettura lacaniana del testo di Freud, possiamo dire che tali trasformazioni “dell’affetto” rispondono fondamentalmente alla forclusione, vale a dire alla non assunzione di tale affetto e alle conseguenze che essa determina. Nel Seminario III, inoltre, Lacan mette in evidenza che si tratta di tre diverse modalità di negare “l’enunciato di una tendenza fondamentale”,[xviii] cioè l’affetto provato. Nella formula “Non è sono io che l’amo, è lei”, come dice Lacan, “l’ego parla tramite l’alter ego” e quindi abbiamo “un’alienazione invertita”[xix]; nella formula “Non è lui che amo, è lei”, abbiamo un’alienazione “distolta del messaggio”[xx] e, da ultimo, nell’espressione “Non lo amo, io lo odio”, abbiamo un’alienazione “convertita” nel senso che l’amore viene negato a vantaggio dell’odio. Mentre Lacan incentra il suo interesse sul tipo di alienazione esistente tra il soggetto che parla e il suo altro, Freud attribuisce una funzione preminente alla proiezione – che “compare anche in altre situazioni della vita psichica” (p. 392) – in base alla quale “una percezione interna è repressa e al suo posto il contenuto di essa, dopo aver subito una certa deformazione, perviene alla coscienza sotto forma di percezione esterna” (p. 392). Nei termini del 1894, ciò equivale a dire che “l’Io si strappa alla rappresentazione incompatibile, ma questa è inseparabilmente connessa a un pezzo di realtà; l’Io strappandosi a essa, si stacca dunque, in tutto o in parte, anche dalla realtà”.[xxi] Lacan però fa notare che il termine “proiezione” è troppo vago, in quanto rappresenta solo un fenomeno di tipo immaginario, che si colloca a livello dell’asse a-a’, mentre nella psicosi, pur essendoci forclusione di un significante fondamentale, il simbolico esiste comunque. “I meccanismi in gioco nella psicosi”, spiega infatti Lacan, “non si limitano al registro immaginario”.[xxii]
Subito dopo nel testo, Freud si interroga sulla rimozione, da cui derivano i fenomeni patologici, e in particolare sulla rimozione nella paranoia. La rimozione, secondo Freud, è un processo che si sviluppa in tre fasi: 1) la fase della fissazione, in base a cui una “pulsione o una componente pulsionale […] a causa di (una) inibizione nel suo sviluppo, permane in uno stadio più infantile” (p. 393); 2) la seconda fase è quella della rimozione propriamente detta – che è un “processo essenzialmente attivo” (p. 393) – a cui soccombono o “i derivati psichici delle pulsioni originariamente rimasti indietro” (p. 393) o “tendenze psichiche contro cui si leva per altri motivi una forte avversione” (p. 393). 3) La terza fase è quella del fallimento della rimozione ovvero dell’“irruzione, del ritorno del rimosso” (p. 393). Per affrontare la questione della rimozione nella paranoia, Freud si riferisce ancora al Caso di Schreber: da un lato, egli afferma che “la struttura del delirio che teneva fermo l’Io e sacrificava il mondo si dimostrò alla lunga come la più tenace” (p. 394), e, dall’altro, sottolinea le conseguenze del delirio inteso come una fuga dalla realtà. Come scrive, infatti, Freud, “La fine del mondo è la proiezione di questa catastrofe interiore; il suo mondo soggettivo è giunto alla fine dal momento in cui egli ha sottratto ad esso il suo amore”. (p. 395) Lacan, tuttavia, nel suo Seminario III, sottolinea il fatto che la rimozione è assai diversa dalla proiezione in quanto la prima si fonda su di un “sapere”,[xxiii] che viene negato ma che, in precedenza, si era iscritto. La proiezione nella psicosi, invece, secondo la sua lettura, “è il meccanismo che fa ritornare dal di fuori quello che è preso dentro la Verwerfung, cioè quello che è stato messo fuori dalla simbolizzazione generale che struttura il soggetto.”[xxiv] Forse anche per questo, nel Seminario III, Lacan si dilunga sul tema della lettura, per mostrare cioè cosa significhi negare un sapere a livello della rimozione.
Nel caso di Schreber, la soluzione al suo disastro soggettivo, quindi, è il delirio. Come scrive Freud, “il paranoico ricostruisce il mondo […] Lo ricostruisce col lavoro del suo delirio. La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione” (p. 396). Da un lato, quindi, secondo Freud, la rimozione permette il distacco della libido (fenomeno tran-strutturale e tipico della rimozione) dalle persone amate e, dall’altro, la proiezione apre la via della guarigione e, eventualmente, dei fenomeni allucinatori e del delirio. Così Freud definisce la proiezione in questi termini: “ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori”. (p. 396) Questo, come sappiamo dalla lettura della “Questione preliminare”, è uno degli effetti specifici della Verwerfung del Nome-del-Padre, vale a dire della non-iscrizione del significante-padrone che ordina il mondo simbolico. Nei termini del Seminario III, “si tratta del rifiuto di un significante primordiale nelle tenebre esterne, significante che, pertanto, mancherà a tale livello. […] si tratta di un processo primordiale di esclusione di un didentro primitivo, che non è il didentro del corpo, ma quello di un primo corpo di significante”.[xxv] Questo vuol dire che la forclusione del Nome-del-Padre nella psicosi corrisponde anzitutto all’esclusione della legge simbolica,[xxvi] da cui deriva anche che il corpo del significante non ha ritagliato il corpo dello psicotico. Rispetto alla rimozione, Freud sottolinea comunque che il distacco della libido è tipico della rimozione. Mentre, però, “nell’isteria l’importo libidico divenuto libero si trasforma in innervazioni somatiche o in angoscia” (p. 397), nella paranoia “la libido divenuta libera si appunta sull’Io e viene impiegata per l’espansione dell’Io” (p. 397) dando origine in primo luogo al delirio di grandezza. Freud, infine, ritorna sul tema della regressione per sottolineare che, nella paranoia, “la retrocessione dall’omosessualità sublimata al narcisismo indica l’entità della regressione caratteristica della paranoia” (p. 398) che, nei termini di Lacan, corrisponde invece alla cosiddetta regressione topica allo stadio dello specchio, cioè alla dissoluzione immaginaria prodotta dalla non-iscrizione del Nome-del-Padre.
Anche se Freud non approfondisce molto la questione relativa ai fenomeni di linguaggio, Lacan dedica molte lezioni del suo Seminario III al commento delle Memorie del Presidente Schreber. All’epoca, infatti, secondo Lacan, la diagnosi di psicosi poteva essere fatta solo in presenza dei cosiddetti fenomeni di linguaggio (allucinazioni verbali, neologismi, carattere allusivo di determinate espressioni, ecc..).[xxvii] Nel Seminario Lacan spiega in dettaglio in che modo il soggetto psicotico è nel linguaggio, pur essendo fuori discorso, in quanto l’Altro, nella psicosi, come abbiamo già visto, è escluso. A partire da questa situazione, è possibile poi spiegare anche gli eventi di corpo vissuti, sperimentati da Schreber; nel suo caso, il delirio è stata la soluzione che ha permesso al suo “tabouret”[xxviii]-escabeau, vale a dire al suo sgabello, di stare in piedi. Il delirio, infatti, per Schreber è stata la finzione che gli ha permesso di dare un senso al mondo e di nominare, in un modo o nell’altro, gli incontri che egli ha avuto con il reale.
Per comprendere meglio il senso di questo testo, oltre al Seminario III e alla “Questione preliminare” – che ho già presentato nel corso di un altro insegnamento – ritengo sia molto illuminante uno scritto di Lacan del 1966, pubblicato negli Autres écrits, che s’intitola: “Présentation des Mémoires d’un névropathe”.[xxix] Lacan sottolinea che “il testo di Schreber è un grande testo freudiano, nel senso che […] mette in luce la pertinenza delle categorie che Freud ha forgiato”.[xxx] Freud, inoltre, sempre secondo Lacan, vi introduce “il soggetto in quanto tale”[xxxi] a partire dalla sua logica di funzionamento e dalla sua struttura che, come dice Lacan, “in quanto tale non è intera, ma divisa, e che lascia cadere un residuo irriducibile”.[xxxii] Secondo la lettura lacaniana, che in questo testo distingue il soggetto del significante dal “soggetto del godimento”, la paranoia può essere definita come “ciò che identifica il godimento nel luogo dell’Altro in quanto tale”.[xxxiii] Nel caso specifico di Schreber, il godimento è collocato in Dio e in tutti i suoi rappresentanti che, in un modo o nell’altro, godono o vogliono godere di Schreber.
Testo presentato nell'a.a. 2007-2008 all'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza.
[i] S. Freud, “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber)” (1910), in Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp. 333-406.
[ii] J. Lacan, Le Séminaire. Livre III. Les psychoses, 1955-56, Seuil, Paris, 1981, p. 19.
[iii] Ivi, p. 37.
[iv] J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose”, in Ecrits, Seuil, Paris, 1996, p. 559.
[v] J. Lacan, Le Séminaire. Livre III. Les psychoses, op. cit., p. 74.
[vi] A questo riguardo, Lacan fa notare che “nel delirio, è proprio la funzione reale del padre nella generazione che vediamo sorgere in una forma immaginaria”. Ivi, p. 241.
[vii] Ivi, p. 236.
[viii] Ivi, p. 66.
[ix] Ivi, p. 67.
[x] Ivi, pp. 245-247.
[xi] Ivi, p. 236.
[xii] Come scrive Lacan, “Il presidente Schreber manca, secondo ogni apparenza, di quel significante fondamentale che si chiama essere padre. Per questo motivo […] ha dovuto immaginarsi lui stesso donna, e realizzare in una gravidanza la seconda parte del cammino necessario affinché, addizionandosi l’uno all’altro, la funzione essere padre fosse realizzata.” Ivi, p. 330.
[xiii] Ivi, p. 227.
[xiv] Ibidem.
[xv] Ivi, p. 229.
[xvi] Ivi, p. 286.
[xvii] S. Freud, “Le neuropsicosi da difesa” (1894), in Opere, op. cit., vol. 2, p. 132.
[xviii] J. Lacan, Le Séminaire. Livre III, op. cit., p. 52.
[xix] Ivi, p. 53.
[xx] Ivi, p. 54.
[xxi] S. Freud, “Le neuropsicosi da difesa” (1894), op. cit., p. 133.
[xxii] J. Lacan, Le Séminaire. Livre III, op. cit., p. 166.
[xxiii] Ivi, p. 57.
[xxiv] Ivi, p. 58.
[xxv] Ivi, p. 171.
[xxvi] “vi è, nella psicosi, esclusione dell’Altro”. Ivi, p. 182.
[xxvii] Cfr. Ivi, p. 106.
[xxviii] Ivi, p. 228.
[xxix] J. Lacan, “Présentation des Mémoires d’un névropathe”, in Autres écrits, Seuil, Paris, 2001, pp. 213-217 (tradotto ne La Psicoanalisi, n. 25).
[xxx] Ivi, p. 214.
[xxxi] Ibidem.
[xxxii] Ivi, p. 216.
[xxxiii] Ivi, p. 215.
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