lunedì 23 novembre 2009

Il Nome-del-Padre nella “Questione preliminare” e sua attualità nella clinica della psicosi

Lo Scritto “Una questione preliminare a ogni trattamento possibile della psicosi”[1] è un testo che Lacan ha scritto tra il dicembre 1957 e il gennaio 1958. Il testo, quindi, ha cinquant’anni e Lacan, nella breve presentazione posta all’inizio di esso, dice anche che contiene l’essenziale di quanto lui ha elaborato nel suo Seminario dedicato alle psicosi, tenutosi tra il 1955 e il 1956.[2]

In questo breve commento al testo, tenterò di estrarre dalla “Questione preliminare” (QP), oltre ad alcune riflessioni circa il rapporto tra metafora paterna e psicosi, gli elementi di attualità, le idee che ancora oggi possono servirci da guida nel lavoro con la psicosi e che erano già presenti nel testo. Faccio notare, inoltre, che il titolo del testo sottolinea l’approccio che potremmo definire “tipico” di Lacan, vale a dire: far luce su una questione, rettificarne le coordinate, estrarne la questione “preliminare” – quella fondamentale e, per così dire, sine qua non – e dare indicazioni utili per un trattamento possibile della psicosi; non “il trattamento”, ma uno qualsiasi, quello che, effettivamente, possiamo trovarci a dover fare anche noi nel nostro lavoro.

Lo Scritto di Lacan è diviso in cinque parti, di lunghezza ineguale, che seguono una scansione temporale, in un certo senso storica: esse vanno dal passato – le elaborazioni prima di Freud sul tema della psicosi - al presente del momento in cui Lacan ha scritto la QP: Verso Freud (pp. 531-541), Dopo Freud (pp. 541-547), Con Freud (pp. 547-556), Sul lato di Schreber (pp. 557-575), Post-Scriptum (pp. 575-583). L’operazione di lettura di Lacan inoltre, come J.-A. Miller ci spiega, nel suo “Supplemento topologico a «Una questione preliminare»”, “incorpora le scoperte di Freud posteriori al 1911. […] la lettura di Lacan interpreta e talvolta critica il Freud del 1911 con il Freud del 1914 o del 1920”.[3]

Commento al testo

Nella prima parte del testo, Lacan critica duramente quanto era stato scritto sulla coppia percipiens-perceptum – tema princeps delle riflessioni sulla psicosi prima di Freud e che si fondava sulla supposta funzione unificante dell’Io – e utilizza quella che, di fatto, è la sua chiave di lettura dell’esperienza psicoanalitica, vale a dire che introduce il significante, il simbolico in una riflessione che, invece, è rimasta, ancora oggi, e anche per altri aspetti, chiaramente immaginaria. In primo luogo, Lacan sottolinea che “una allucinazione è un perceptum senza oggetto” (QP, p. 532), cioè un percetto senza oggetto, un’organizzazione percettiva (acustica o visiva) che, però, dietro di sé non ha alcun oggetto e che, quindi, è di per sé enigmatica. Come fa quindi notare Lacan, non ha senso interrogare il percipiens (ovvero il paziente, colui che percepisce) sul senso del perceptum. È necessario, invece, interrogarsi sul fatto “se il perceptum stesso lasci un senso univoco al percipiens qui richiesto di spiegarlo” (QP, p. 532). Chi si occupa di psicosi, in genere, chiede allo psicotico di spiegare un suo perceptum, un’allucinazione ad esempio, dando per scontata l’esistenza di un “senso univoco” che, però, in realtà, non è altro che quello che gli viene attribuito dai clinici, i quali, spesso, non possono “fare a meno del Nome-del-Padre” nel senso che vogliono attribuire un senso univoco alle cose. Porre, infatti, il percipiens come una funzione in grado di dare unità a ciò che viene percepito significa in primo luogo considerarlo come il fondamento stesso della realtà sensibile.

Lacan, invece, rispetto alla coppia percipiens-perceptum, introduce anzitutto il non-senso o, per meglio dire, il fuori senso proprio del reale, nella forma dell’allucinazione psicotica, e, in seguito, descrive gli effetti di divisione che il significante, a tutti i livelli, produce sul soggetto. Per quanto riguarda il fuori-senso dell’allucinazione, Lacan si ispira all’elaborazione teorica e clinica di De Clérambault, suo “maestro in psichiatria”, che descrive in modo dettagliato l’allucinazione mentale nella psicosi. Rispetto agli effetti di divisione prodotti dal significante, e quindi, alla preminenza dell’ordine simbolico sull’essere parlante, Lacan, in questo Scritto, sottolinea quello che egli definisce come “il punto cruciale” (QP, p. 533), ovvero il fatto che “il sensorium [è] indifferente nella produzione di una catena significante” (QP, p. 533). Questo significa mettere in risalto l’autonomia del significante, la sua funzione costituente, rispetto al soggetto, che invece esiste solo in quanto è uno dei suoi effetti. Il significante, quindi, da un lato, determina, struttura la realtà, la fa esistere nel campo del perceptum e, al tempo stesso, fa esistere il soggetto. Più avanti nel testo, Lacan parlerà anche, sempre in questo senso, dell’“effetto che ha ogni significante, una volta percepito, di suscitare nel percipiens un assenso fatto del risveglio della duplicità nascosta del secondo con l’ambiguità manifesta del primo” (QP, p. 536). Il significante, quindi, produce un assenso da parte del soggetto proprio perché fa emergere, risveglia la sua divisione (in genere nascosta, rimossa) e perché è di per sé ambiguo, è assenza e presenza al contempo. Rispetto a quella che conosciamo come “divisione soggettiva nella nevrosi” prodotta dal significante, è importante tener conto che la “divisione oggettiva nella psicosi” è invece molto diversa. Come spiega molto bene F. Biagi-Chai nel suo commento a questo Scritto di Lacan, nella divisione oggettiva il “soggetto in questione non può assumere in nessun modo questa divisione”.[4] Questo significa anche che la divisione prodotta dal simbolico, nella psicosi, non genera un soggetto diviso ma piuttosto un soggetto perplesso. Mentre il nevrotico, in genere, può aggiungere un significante altro, un S2, per tentare di dare un senso alle cose, lo psicotico spesso, di fronte all’ambiguità di un significante, resta perplesso, confuso, disorientato.

Nel caso della psicosi, e in particolare dell’allucinazione psicotica, la catena significante, dice ancora Lacan, “s’impone da sé al soggetto nella sua dimensione di voce; […] assume in quanto tale una realtà proporzionale al tempo […] che comporta la sua attribuzione soggettiva” (QP, p. 533) e, inoltre, la sua struttura “pone in quanto tale il percipiens che si pretende unificante, come equivoco” (QP, p. 533). Senza entrare nel dettaglio di tali affermazioni, possiamo comunque notare che gli esempi che Lacan fa subito dopo – quello della sua paziente psicotica che riferisce di aver udito il termine “Troia” (QP, p. 534) e il caso, unico nel suo genere, del Presidente Schreber – servono precisamente a chiarire queste caratteristiche della catena significante: la voce s’impone al soggetto e lo mantiene sospeso in un tempo d’incertezza a cui segue, solo in seguito, il tempo della significazione. In questo senso, Lacan definisce come allusiva la frase della paziente “Sono stata dal salumiere” (QP, p. 534) e, a partire da quelli che Jakobson ha chiamato shifter – che egli definisce come “i termini che, nel codice, indicano la posizione del soggetto a partire dal messaggio in quanto tale” (QP, p. 540) – mostra il carattere fondamentalmente equivoco della catena significante. Nel caso della paziente psicotica citato da Lacan, l’incertezza termina quando arriva l’ingiunzione “Troia”. Come scrive Lacan: “Nel luogo in cui l’oggetto indicibile è rigettato nel reale, una parola si fa sentire, in quanto, venendo al posto di quello che non ha nome, non ha potuto seguire l’intenzione del soggetto senza staccarsi da essa con il trattino della replica” (QP, p. 535). Quando, cioè, l’oggetto indicibile è stato rigettato nel reale – vale a dire quando ha subito la Verwerfung –, si fa sentire una parola, l’allucinazione, che, proprio perché arriva in quel luogo, per poter seguire l’intenzione del soggetto è dovuta giungere con il trattino della replica, come se venisse dal di fuori, da un altro. Nel caso citato, è il termine “Troia” che viene dal di fuori. Questa lunga frase, che non affronteremo nel commento al testo, può essere in parte illuminata a partire dalla definizione della proiezione nella paranoia elaborata da Freud nel suo testo dedicato all’analisi strutturale del Caso del Presidente Schreber: “ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori”.[5] Questo, come vedremo in seguito, è uno degli effetti della Verwerfung del Nome-del-Padre.

Più avanti nel testo, e prima di dedicarsi all’analisi linguistica dell’esperienza descritta da Schreber (cfr. fenomeni di codice, fenomeni di messaggio, frasi interrotte, ecc.), Lacan segnala ancora, rispetto alla psicosi, che “da nessuna parte il sintomo, se lo si sa leggere, è più chiaramente articolato nella struttura stessa” (QP, p. 537). Che cosa significa questo? Lacan riprenderà questo tema più avanti nel testo ma, per ora, quello che possiamo aggiungere è che il sintomo – che sappiamo essere il prodotto di un’articolazione significante, una sostituzione metaforica che produce un più di senso [ ∑ = S (+) s] o, in termini freudiani, una soluzione sostitutiva, di compromesso – nella psicosi, in genere, è articolato in significanti che mettono in luce la struttura in modo molto chiaro proprio perché la rimozione non è operativa.

Nella parte “Dopo Freud”, Lacan riprende la “deduzione grammaticale” (QP, p. 541) che Freud fa, riflettendo sul caso di Schreber, ovvero i “diversi modi di negare la proposizione: Io l’amo” (QP, p. 541) per presentare “il punto di scambio della relazione con l’altro nella psicosi” (QP, p. 541). Lacan, quindi, sottolinea l’analisi linguistica di Freud, riassume i diversi modi in cui è possibile negare una proposizione e descrive quella che è l’“armatura dell’edificio freudiano”, e cioè: l’equivalenza “della funzione immaginaria del fallo nei due sessi”, il complesso di castrazione inteso come “fase normativa dell’assunzione da parte del soggetto del proprio sesso”, “il mito dell’uccisione del padre” e il complesso d’Edipo, la ripetizione legata all’“oggetto sempre da ritrovare in quanto unico” e il carattere “dissidente” della pulsione (QP, p. 543), che la differenzia da qualsiasi impulso o istinto. Questo richiamo serve a Lacan per ribadire quello che lui trae dall’insegnamento di Freud sulla clinica delle psicosi: in primo luogo, la funzione dell’“articolazione simbolica” (QP, p. 546), e, secondariamente, il riferimento all’Edipo. Come, infatti, sottolinea Lacan, che ha in mente anche la deriva psicoanalitica dell’IPA, “nessuna formazione immaginaria è specifica, nessuna è determinante né nella struttura né nella dinamica di un processo” (QP, p. 546). Il che significa che solo una formazione simbolica, ovvero una catena significante ha un peso determinante nella struttura – sia essa psicotica o nevrotica – e nella dinamica ad essa specifica. Secondo Lacan, inoltre, il riferimento metodico all’Edipo, da parte di Freud, nell’analisi dei suoi casi, sta ad indicare precisamente la “necessità di questa articolazione” (QP, p. 546). In questo senso possiamo dire che le strutture cliniche possono essere affrontate solo a partire da un’articolazione simbolica e dal modo in cui essa funziona a livello del soggetto.

La parte del testo intitolata “Con Freud” pone le basi della lettura che Lacan fa del fenomeno psicotico. Anzitutto, egli riprende e sviluppa il concetto freudiano dell’Altra scena, di Altra cosa, di un Altrove che, come dice Lacan, ha “una giunzione concettuale […] con il luogo, presente per tutti e chiuso a ognuno” in cui Freud ha scoperto che “ça pense”, che “qualcosa pensa” e che ha come suo prodotto l’inconscio, ovvero: “pensieri che, benché le loro leggi non siano assolutamente le stesse di quelle dei nostri pensieri di tutti i giorni […] sono perfettamente articolabili” (QP., p. 548). Lacan, quindi, per introdurci al tema della psicosi, riprende anzitutto il concetto dell’altra scena e ci mostra poi, con lo schema L, che “la condizione del soggetto S (nevrosi o psicosi) dipende da quello che si svolge nell’Altro” e, in particolare, “quello che vi si svolge è articolato come un discorso” (QP, p. 549). Il soggetto è interessato a tale discorso, al discorso dell’inconscio in quanto è parte in causa (“partie prenante” cioè parte ricevente): come si vede dai simboli iscritti nello schema L, il soggetto è interessato al discorso dell’Altro in quanto “S, la sua ineffabile esistenza, a, i suoi oggetti, a’, il suo io, cioè quello che si riflette della sua forma nei suoi oggetti, e A il luogo da cui può porsi a lui la questione/domanda della sua esistenza” (QP, p. 549). Il soggetto, in altri termini, interroga l’Altro sulla propria esistenza (sono vivo? Sono morto? Sono uomo? Sono donna?) e articola la propria questione sotto forma di sintomi, vale a dire di fenomeni articolati, e articolabili, in “elementi discreti” (QP, p. 549). Come dice, infatti, Lacan, “è perché questi fenomeni si ordinano nelle figure di tale discorso che hanno la fissità dei sintomi, che sono leggibili e che si risolvono quando vengono decifrati” (QP, p. 549). Questa, come sappiamo, è la grande scoperta di Freud, che Lacan riprende alla lettera e che traduce nella sua formula dell’inconscio strutturato come un linguaggio.

Nel suo ritorno a Freud, quindi, Lacan ribadisce – contro gli psicoanalisti dell’IPA – l’importanza, la preminenza del simbolico, ovvero “la funzione direttrice di un’articolazione significante, che prende effetto dalla sua legge interna e da un materiale sottomesso alla povertà che gli è essenziale” (QP, p. 550). La legge interna dell’articolazione significante è quella della combinatoria, vale a dire che ogni significante entra in gioco all’interno dell’insieme dei significanti, nel luogo dell’Altro, e prende senso in opposizione con gli altri significanti (es. padre, madre, figlio, ecc..). Rispetto, invece, alla povertà del materiale, Lacan ci dice che, nel complesso di Edipo, l’Altro può essere identificato a “tre significanti”, che bastano a “simbolizzare le significazioni della riproduzione sessuata, con i significanti della relazione dell’amore e della procreazione” (QP, p. 551). Il soggetto, come sappiamo dall’elaborazione precedente questo Scritto, secondo Lacan, entra nel mondo dei significanti, in un Altro che gli preesiste e che corrisponde a quella che possiamo chiamare la sua costellazione significante. In questo testo, però, Lacan dice qualcosa di più, su questo tema. Egli dice infatti: “il soggetto d’altra parte entra nel gioco in quanto morto, ma è in quanto vivente che lo giocherà, è nella sua vita che deve prendere il colore che vi annuncia all’occasione” (QP, p. 552). [il colore è da intendersi, ovviamente, nel senso delle carte da gioco] E, a partire dalla sua entrata in gioco, il soggetto, come dice Laurent nel suo commento al testo: “giocherà il gioco scegliendosi il suo posto a partire dalle determinazioni che sono già in gioco. […] Il soggetto, dunque, giocherà con questi significanti cercando le regole del gioco”.[6] Senza entrare nel dettaglio di tali regole, possiamo comunque dire che la regola prima, quella che vale per tutti, è legata all’azione e alla retroazione dell’Edipo. Da questa dipende anche il “fallocentrismo”, evidenziato da Lacan, e la funzione di un significante che, all’epoca, per Lacan, appartiene sia al registro simbolico che a quello immaginario, vale a dire del fallo.

Come scrive Lacan, “questa funzione immaginaria del fallo, Freud l’ha svelata come perno del processo simbolico che perfeziona (completa, porta a termine) nei due sessi la messa in questione del sesso da parte del complesso di castrazione” (QP, p. 555). Vale a dire che la funzione del fallo è precisamente ciò che permette di assumere il proprio sesso e, quindi, anche la castrazione. La funzione del fallo, un significante che ha uno statuto anche immaginario, come dice Lacan, è “infatti nell’economia soggettiva […] una significazione che è evocata solo da quella che chiamiamo una metafora, precisamente la metafora paterna” (QP, p. 555). Vale a dire che la significazione del fallo viene evocata da quella che Lacan chiama la metafora paterna. Per cogliere il senso di tale metafora, che Lacan formalizzerà nel paragrafo successivo, è necessario partire dal significante del padre – in termini lacaniani, e anche religiosi, il Nome-del-Padre – in quanto colui che istituisce la Legge e che ne è il suo garante. Gia in “Funzione e campo”, un testo del 1953, Lacan scriveva che “È nel nome del padre che dobbiamo riconoscere il supporto della funzione simbolica che […] identifica la sua persona alla figura della legge”.[7] Il che significa che il Nome-del-Padre è il significante che nomina una funzione (che non coincide, ovviamente, né con la persona reale del padre né con quella immaginaria), la funzione paterna, da cui dipende, da un lato, l’interdizione dell’incesto, del godimento proibito, e, dall’altro, come abbia già visto lo scorso anno con l’imago paterna ne “I complessi familiari”, anche la sublimazione. In questo senso il Nome-del-Padre è anche il significante della legge dell’Altro, è ciò che organizza l’insieme dei significanti e che, proprio per questo, fa esistere, per così dire, l’Altro dell’Altro. Dall’imago paterna, quindi, siamo passati a un significante, un significante che nomina e che istituisce la legge. Come fa notare J.-A. Miller, inoltre, “la valorizzazione del padre nelle psicosi è un apporto di Freud […] Lo specifico di Lacan è il fatto di implicare qui il padre a titolo di significante”.[8] Lacan, quindi, mette in valore ancora una volta la determinazione significante nella psicosi.

Nella parte del testo intitolato, “Sul lato di Schreber”, Lacan introduce la metafora paterna che è precisamente la formalizzazione lacaniana dell’Edipo. Per capire meglio di che si tratta, è necessario anzitutto riferirsi al concetto di metafora secondo Lacan: ne “L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud”, egli definisce la metafora innanzitutto come la “congiunzione di due significanti” che emerge “tra due significanti di cui uno si è sostituito all’altro prendendo il suo posto nella catena significante, mentre il significante occultato resta presente per la sua connessione (metonimica) con il resto della catena”.[9] Il che significa che la metafora è una sostituzione di significanti che mantiene comunque una connessione tra il significante eliso, occultato, e il resto della catena significante. La metafora, inoltre, “si piazza nel punto preciso in cui il senso si produce nel non senso”[10]; il che significa che essa produce, proprio attraverso la sostituzione, un più di senso, una creazione di senso proprio laddove esso viene a mancare. Un significante viene al posto di un altro e, in questo modo, apporta un nuovo significato, un più di senso al primo significante:


S . S/ → S (I
S/ x s)

Nella “Questione preliminare”, quello che la metafora paterna evoca, nell’immaginario del soggetto, è precisamente la significazione del fallo (che nell’equazione sopra indicata viene a porsi sotto, come significato del Fallo). La metafora del Nome-del-Padre, infatti, come scrive Lacan, è “la metafora che sostituisce tale Nome al posto primariamente simbolizzato dall’operazione dell’assenza della madre” (QP, p. 557)
Nome-del-Padre . •. Desiderio della Madre → Nome-del-Padre(A . )
Desiderio della Madre Significato al soggetto Fallo

Il che significa che il Nome-del-Padre viene a nominare, rispondendo così all’interrogativo che si produce nel soggetto, ciò che viene al posto del desiderio enigmatico della madre, dando origine a un nuovo significato, la significazione del fallo. Di fronte all’assenza della madre (si pensi all’esempio del gioco del fort-da che realizza già, in risposta all’assenza materna, una catena significante minima), di fronte al suo desiderio enigmatico, il Nome-del-Padre viene ad indicare al soggetto quali sono, per così dire, le regole del gioco: da un lato, l’esistenza di un Altro, l’Altro della legge e del simbolico, e, dall’altro, l’esistenza del Fallo come suo significato in quanto simbolizza, per la madre, “l’oggetto immaginario” (QP, p. 554) del suo desiderio. Come segnala S. Tendlarz nel suo testo contenuto in Scilicet del Nome-del-Padre,[11] “dal resto di questa operazione emerge l’enigma del desiderio dell’Altro.” Rispetto all’Edipo inteso in senso più classico, possiamo dire che il bambino, dopo essersi identificato al fallo immaginario, oggetto del desiderio materno, incontra il Nome-del-Padre che istituisce la legge, la proibizione dell’incesto e che, quindi, istituisce un godimento regolato, normato. Per essere ancora più chiari, possiamo aggiungere che, nel suo commento al testo, A. Stevens, spiegava questa stessa metafora con un riferimento preso dal Seminario IV: le fauci del coccodrillo sono il desiderio della madre, il bastone che impedisce loro di serrarsi è il Nome-del-Padre.[12] Il Nome-del-Padre, quindi, dice al bambino che, per il desiderio della madre, egli può essere l’oggetto simbolico che le manca, vale a dire il fallo. Più avanti nel testo, Lacan dirà anche che “il Nome-del-Padre raddoppia al posto dell’Altro il significante stesso del ternario simbolico in quanto costituisce la legge del significante” (QP, p. 578). Vale a dire che il Nome-del-Padre istituisce la legge simbolica, fa esistere l’Altro dell’Altro, la legge che regola il campo del simbolico e che permette, quindi, di fissare un significato relativo a un certo significante. Il Nome-del-Padre, quindi, come indica molto chiaramente J.-A. Miller, “è il punto di capitone nell’ordine simbolico e nella misura in cui opera la metafora detta paterna è il significante che arresta lo slittamento della significazione”.[13]

Nella parte del testo che stiamo commentando, subito dopo l’equazione della metafora paterna, e quasi senza spiegarla, Lacan passa a descrivere “una circostanza della posizione soggettiva in cui, all’appello del Nome-del-Padre risponde, non l’assenza del padre reale […] ma la carenza del significante stesso”, (QP, p. 557) che, come vedremo fra poco, riguarda precisamente il momento dello scatenamento psicotico. Lacan, cioè, utilizza un riferimento clinico per spiegare, in negativo, la carenza del Nome-del-Padre anche perché, di fatto, come aggiunge subito dopo, “la presenza del significante nell’Altro è, in effetti, una presenza chiusa al soggetto di solito” (QP, p. 557) nel senso che è rimossa e, come dice anche Lacan, che “insiste per rappresentarsi nel significato con il suo automatismo di ripetizione” (QP, p. 557). Il che significa che il significante del Nome-del-Padre è il significante della rimozione primaria e che, proprio per questo, noi possiamo osservare solo gli effetti della sua assenza, della sua carenza oppure, nel caso della nevrosi, della sua tenuta. Lacan, quindi, affronta la questione della presenza del significante nell’Altro – nel senso di sapere come essa si realizzi – riferendosi alla distinzione significante, elaborata da Freud, tra Bejahung (il giudizio d’attribuzione), Verneinung (la denegazione o, come è stato tradotto in italiano, il diniego) e Verwerfung (la preclusione o, in termini più lacaniani, la forclusione). La Bejahung freudiana, come riassume Lacan, è il “precedente necessario a qualsiasi applicazione possibile della Verneinung, che gli oppone come giudizio d’esistenza” (QP, p. 558); essa, quindi, è il consenso primordiale, da parte del soggetto, il suo dire di sì (cfr. le tracce mnestiche trascritte di cui Freud parla nella sua lettera n. 52 a Fliess) al linguaggio e alle sue leggi per poter, in seguito, denegarlo ovvero esprimere dei giudizi d’esistenza. La Bejahung, in altri termini, corrisponde – come spiega E. Solano nel suo commento a questo Scritto – alla “funzione inaugurale del simbolico del soggetto”[14], essa dà la possibilità al soggetto di dare un qualsiasi giudizio sull’esistenza.

La Verwerfung, continua Lacan nel testo, è invece la forclusione del significante che istituisce l’Altro del linguaggio, la sua mancanza o, per meglio dire, la sua non iscrizione nell’Altro che ha importanti effetti a livello della posizione soggettiva. “Al punto in cui”, scrive Lacan, “è chiamato il Nome-del-Padre, può quindi rispondere nell’Altro un puro e semplice buco, il quale per la carenza dell’effetto metaforico provocherà un buco corrispondente nel posto della significazione fallica” (QP, p. 558). Il che significa che l’effetto primo della forclusione del Nome-del-Padre – in determinate condizioni e a causa di una carenza a livello della metafora, ovvero a livello della creazione di senso – è quello di provocare un buco laddove dovrebbe stare la significazione fallica, da intendersi come il prodotto della metafora paterna quando essa funziona. Rispetto a questa frase di Lacan, possiamo anche notare l’esistenza di due tempi: nel primo tempo, si ha un appello al Nome-del-Padre e, in seguito, nel tempo due, il buco aperto dalla forclusione provoca un buco a livello della significazione fallica e, quindi, anche a livello di quello che possiamo chiamare il senso della realtà, di quello che costituisce la sua tenuta. La forclusione, quindi, riattualizza qualcosa che non si è scritto (in un tempo 1) e che “non cessa di non scriversi” da cui deriva, a livello del soggetto, “una significazione che apparirebbe al di fuori di qualsiasi catena simbolica, una significazione che il soggetto incontrerebbe come proveniente dal reale”.[15] Emerge, in altri termini, l’insensatezza della realtà a cui risponde, per così dire, l’allucinazione, sotto forma di un perceptum incomprensibile, enigmatico, non dialettizzabile. Questo significa che tale perceptum, nello specifico un significante, non può essere incluso nella catena significante S1-S2. In questo senso, per il Lacan di questi anni, la Verwerfung fa sì che “quello che è rigettato nel simbolico riappaia nel reale”.

Le Memorie del Presidente Schreber[16] servono, quindi, a Lacan per “mostrare una struttura che si avvererà simile al processo stesso della psicosi” (QP, p. 559). L’autobiografia di quella che J.-A. Miller ha definito come una psicosi straordinaria – e che Lacan, dopo Freud, analizza in modo strutturale e dettagliato – raccoglie una serie di fenomeni che si verificano in Schreber (a livello del simbolico e a livello dell’immaginario del corpo) in relazione al suo Altro. Senza entrare nel dettaglio di tali fenomeni, facciamo comunque notare che molti di essi hanno a che fare con la sua presa di parola [“lo sforzo di replica” (QP, p. 560) di Schreber] e con la produzione di senso, che risulta essere continua, inarrestabile proprio perché priva di un punto di capitonaggio, che deriverebbe invece dall’iscrizione del Nome-del-Padre. Come dice Lacan a proposito di Schreber, è “attorno al buco in cui il supporto della catena significante manca al soggetto […] che s’è giocata tutta la lotta in cui il soggetto si è costruito” (QP, p. 564). Vale a dire che tutto il delirio di Schreber – ovvero quella che Lacan chiama la metafora delirante, in contrapposizione alla metafora del Nome-del-Padre ma che, come questa, sostituisce un significante a un altro significante – è il modo in cui il soggetto si è ricostruito (a livello anzitutto simbolico) in una lotta intesa a fronteggiare il buco dell’iscrizione significante che manca, quella del Nome-del-Padre. A livello dell’immaginario, invece, la beanza (apertura) corrispondente a tale buco, come ci dice Lacan, “non poteva trovar modo di risolversi che nella realizzazione dell’Entmannung (l’emasculazione)” (QP, p. 564) – che più avanti formula in modo abbastanza lapidario: “in mancanza d’essere il fallo che manca alla madre, gli resta la soluzione di essere la donna che manca agli uomini” (QP, p. 566). Sia la femminilizzazione sia gli altri fenomeni di frammentazione – eventi di corpo in frammento – di cui il corpo di Schreber è oggetto rendono conto, come scrive Lacan, della “regressione del soggetto, non genetica ma topica, allo stadio dello specchio” (QP, p. 568). Vale a dire, in primo luogo, che questa regressione non è in relazione a una concezione temporale, stadiale dell’evoluzione del soggetto (come sostengono invece i post-freudiani) ma bensì a una topologia propria del soggetto che, all’epoca della “Questione preliminare”, è rappresentata dai tre schemi che Lacan ha inserito nel testo (L, R, I). In secondo luogo, come spiega J.-A. Miller, la forclusione “come falla nella struttura simbolica, risuona sulla struttura immaginaria, la risolve, la riporta alla struttura elementare dello stadio dello specchio”,[17] ovvero alla struttura immaginaria di base a-a’. In quest’epoca, inoltre, l’effetto primo del significante, per Lacan, è l’effetto, non tanto di godimento, quanto di mortificazione rispetto al godimento proprio del vivente; il che significa mettere in valore, ancora una volta, l’autonomia del significante, la sua legge interna che funziona indipendentemente dal vivente. Come dice più avanti Lacan, “quello che affermiamo qui è che, a riconoscere il dramma della follia, la ragione è (presa da quello che fa) nel suo ambiente, sua res agitur (si tratta di cosa sua), perché è nella relazione dell’uomo con il significante che questo dramma si colloca” (QP, p. 574). Il che significa che la ragione può cogliere, può riconoscere il dramma della follia proprio perché tale dramma si colloca nella relazione dell’uomo con il significante, con gli effetti che il significante produce. E la follia, in senso inverso, può permetterci di cogliere alcuni aspetti della relazione dell’uomo con il significante.

Nella parte finale del testo, che è intitolata “Post-scriptum”, Lacan ricorda, seguendo Freud, che “l’Altro è il luogo della memoria che lui ha scoperto sotto il nome d’inconscio”. (QP, p. 575) La risposta di Lacan alla questione dell’inconscio freudiano è la sua “concezione della catena significante, in quanto una volta inaugurata dalla simbolizzazione primordiale [cfr. il gioco del Fort! Da!...] essa si sviluppa secondo nessi logici la cui presa su quello che è da significare, ovvero l’essere dell’essente, si esercita con gli effetti di significante da noi descritti come metafora e come metonimia”. (QP, p. 575). Vale a dire che il legame tra un significante e l’altro (i suoi effetti) può essere di sostituzione e di creazione, quindi, di un più di senso (la metafora), oppure di semplice connessione (la metonimia[18]); tali articolazioni significanti, quindi, hanno presa – secondo dei nessi logici –, nel senso che producono degli effetti sull’essere stesso dell’individuo parlante. Ciò che separa la psicosi dalla nevrosi, la sua “condizione essenziale” come dice Lacan, dipende da un incidente (che è anche un accidente, secondo la lingua francese) del registro simbolico e di quello che vi si realizza ovvero “la forclusione del Nome-del-Padre al posto dell’Altro” (QP, p. 575) da cui deriva il fallimento della metafora paterna nel senso che il Nome-del-Padre non viene a porsi in una posizione metaforica rispetto al desiderio enigmatico della madre. Tale fallimento, che abbiamo in parte già descritto sopra, Lacan lo designa come un difetto, che, secondo quanto indica il vocabolario, sta ad indicare sia una carenza sia un’imperfezione, una pecca.

Egli precisa inoltre: “Perchè la psicosi si scateni, è necessario che il Nome-del-Padre verworfen, forcluso, vale a dire mai venuto al posto dell’Altro, vi sia chiamato in opposizione simbolica rispetto al soggetto. È il difetto del Nome-del-Padre in tale posto che, con il buco che apre nel significato, innesca la cascata dei rimaneggiamenti del significante da cui deriva il disastro crescente dell’immaginario, sino a che sia raggiunto il livello in cui significante e significato si stabilizzano nella metafora delirante”. (QP, p. 577). Questo significa, da un lato, che non è sufficiente che il Nome-del-Padre sia forcluso perché la psicosi si scateni; è necessario, infatti, che tale nome venga chiamato in opposizione simbolica, ovvero in quanto funzione di nominazione, rispetto al soggetto. Dall’altro lato, significa anche che il buco aperto dal difetto del Nome-del-Padre può produrre diversi effetti: dai continui rimaneggiamenti del significante (dovuti al mancato capitonaggio della frase) che generano un “disastro” a livello dell’immaginario – il che vuol dire anche del corpo – sino alla soluzione del delirio che permette, invece, la stabilizzazione della relazione tra significante e significato. In che modo, però, il Nome-del-Padre “può essere chiamato dal soggetto nell’unico posto da cui avrebbe potuto avvenirgli e in cui non è mai stato?” si chiede Lacan. Egli risponde dicendo che è sufficiente l’incontro con un “padre reale”, non necessariamente il padre del soggetto, ne basta uno qualsiasi, che Lacan indica con il termine “Un-padre”. È necessario, quindi, che questo “Un-padre venga nel posto in cui il soggetto non ha potuto chiamarlo prima. Basta che tale Un-padre si collochi in posizione terza in una qualche relazione che abbia come base la coppia immaginaria a-a’, vale a dire io-oggetto o ideale-realtà, che interessa il soggetto nel campo d’aggressione erotizzato che induce”. (QP, pp. 577-578). L’Un-padre che viene a porsi in posizione terza rispetto alla relazione immaginaria, speculare, tra il soggetto e il suo oggetto, è precisamente la “congiuntura drammatica” (QP, p. 578) che determina lo scatenamento psicotico. Esempi in questo senso sono: “per la donna che ha appena dato alla luce un figlio […] la figura del suo sposo, per la penitente che confessa la sua colpa […] la persona del suo confessore, per la ragazza innamorata […] l’incontro con il padre del ragazzo” (QP, p. 578). Tale figura, quindi, si frappone nella relazione immaginaria, fa appello al Nome-del-Padre che, in quanto forcluso, apre il buco da cui deriva la catastrofe del soggetto.

Indicazioni per il trattamento

Nella “Questione preliminare” Lacan dà alcune indicazioni utili rispetto al trattamento del paziente psicotico. In primo luogo, egli afferma che il praticante deve porsi in una posizione di “sottomissione intera, anche se è avvertita, alle posizioni propriamente soggettive del malato” (QP, p. 534). Questa indicazione, ovviamente, vale anche per la cura del nevrotico ma, se ci riferiamo al paziente psicotico, possiamo vedere cosa questo significhi pensando alla posizione che Lacan tiene con la paziente, incontrata durante una “presentazione dei malati”, che aveva sentito il termine “Troia”: “abbiamo chiesto” – scrive Lacan – “francamente (in modo schietto) quello che aveva potuto proferirsi un istante prima” (QP, p. 534). Lacan, quindi, a differenza dello psichiatra, non cerca subito di comprendere, sa che il sapere sta sempre sul lato del soggetto e si sottomette ad esso, in modo accorto e con pazienza, senza introdurre un senso che, di fatto, non sarebbe altro che un’elucubrazione del terapeuta. Non cercare di comprendere significa anche, come fa Lacan, interessarsi al significante in quanto appartiene a una catena significante.

La direzione della cura che possiamo dedurre dalla lettura della “Questione preliminare”, quindi, si basa anzitutto sull’ascolto della parola del paziente, sul rispetto del suo delirio in quanto soluzione soggettiva, “la soluzione soggettiva del paziente x”, la sua creazione, che tampona o che maschera la forclusione del Nome-del-Padre. A partire dalla parola del paziente, è utile – come indica ancora Lacan – cercare la “congiuntura drammatica” dello scatenamento per cogliere dove, e in che modo, si colloca, per ogni soggetto, il buco della forclusione. Ovviamente, tale buco non va, per così dire, sollecitato troppo, né tanto meno interpretato. Esso, però, ci permette di cogliere meglio il punto da cui ha preso avvio la metafora delirante del paziente, che supplisce alla metafora paterna che non c’è. Naturalmente non si tratta di tentare di ripristinare uno status quo ante forclusione in quanto la strada aperta dalla forclusione, rispetto a quella propria della bejahung, è definitiva, non c’è possibilità di ritorno. Il terapeuta, però, può occupare il posto di quello che Lacan chiama il “segretario dell’alienato”, nel senso che il dispositivo analitico stesso permette anzitutto l’iscrizione di tale metafora nel campo dell’Altro e il terapeuta non è che lo strumento attraverso cui tale iscrizione si realizza. La metafora delirante, tuttavia, è solo l’esito, per così dire, riuscito, l’esito più fortunato, del percorso che il paziente ha fatto per sopperire alla forclusione del Nome-del-Padre. Anche per questo motivo, quindi, di fronte a una psicosi non scatenata, è utile tenere a mente la lista, la “ripartizione” (QP, p. 578), come la chiama Lacan, dei padri carenti che egli elenca come le diverse manifestazioni della “carenza paterna” (QP, p. 278). Abbiamo, quindi, “il padre tonante, il padre bonaccione, il padre onnipotente, il padre umiliato, il padre impacciato, il padre derisorio, il padre che sta a casa, il padre a zonzo” (QP, p. 578). L’esistenza di un simile padre reale, unita soprattutto all’atteggiamento che la madre tiene nei suoi confronti, può, secondo Lacan, dare origine alla forclusione del Nome-del-Padre. Poiché esso è in posizione di rappresentare il significante della legge, è molto importante la considerazione che la madre attribuisce alla sua parola, alla sua “autorità, in altri termini […al] posto che lei riserva al Nome-del-Padre nella promozione della legge” (QP, p. 579). Poiché, inoltre, ogni padre reale è carente rispetto alla funzione, ciò che conta è che la madre, con i suoi detti, istituisca, sostenga il Nome-del-Padre in quanto funzione della legge. Altre figure di padre, a cui non serve la destituzione da parte della madre, per produrre la forclusione del Nome-del-Padre sono quelle in cui, come scrive Lacan, “il padre ha realmente la funzione di legislatore o se ne avvale” (QP, p. 579). Il padre, cioè, che incarna realmente la legge, la funzione di legislatore produce effetti devastanti quali quelli prodotti dal padre di Schreber.

Attualità della Questione preliminare

Per quanto concerne, invece, l’attualità di questo Scritto del 1958, in primo luogo possiamo affermare che Lacan termina il testo proprio su questa questione. Egli parla, infatti, “della concezione da formarsi della manovra [nel trattamento della psicosi] del transfert” e aggiunge che si deve andare “al di là di Freud” (QP, p. 583). È quanto Lacan fa, durante quello che viene chiamato il suo ultimo insegnamento, introducendo la clinica borromea. Nell’unica lezione del Seminario sui Nomi-del-Padre Lacan, infatti, pluralizza tale significante e, così facendo, va più lontano di Freud nella riflessione relativa al padre. La pluralizzazione del Nome-del-Padre permette di accostarlo ad altri significanti che possono assumere la stessa funzione; tali significanti, di fatto, sono i significanti padroni, vale a dire dei significanti che possono fungere da ideale e che, al tempo stesso, introducono la castrazione. Il Nome-del-Padre diventa quindi un semplice S1 o, per meglio dire, si aggancia alla funzione di connessione propria dell’S1. La relativizzazione del Nome-del-Padre, inoltre, sta alla base di quella che J.-A. Miller, durante la Conversazione di Arcachon, ha definito come la clinica continuista – da cui deriva anche il concetto di psicosi ordinaria – vale a dire una clinica che riconosce la funzione di Nome-del-Padre a qualsiasi significante in grado di funzionare, per un soggetto, come significante padrone.

Testo presentano nell'a.a. 2007-2008 all'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza


[1] J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose”, in Ecrits, Seuil, 1966, p. 531.
[2] J. Lacan, Le Séminaire. Livre III. Les psychoses, Seuil, Paris, 1981.
[3] J.-A. Miller, “Supplemento topologico a «Una questione preliminare»”, I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma, 2001, p. 173.
[4] Aa. V.v., Le psicosi, Annali della Sezione clinica di Milano, Edizione La Vita Felice, Milano, 2000, p. 31.
[5] S. Freud, “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber)” (1910), in Opere, Bollati Boringhieri, 1989, vol. 6, p. 396).
[6] Aa. V.v., Le psicosi, Annali della Sezione clinica di Milano, op. cit., p. 67.
[7] J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Ecrits, op. cit., p. 278.
[8] J.-A. Miller, “Supplemento topologico a «Una questione preliminare»”, op. cit., p. 174.
[9] J. Lacan, “L’instance de la lettre dans l’inconscient ou la raison depuis Freud” (1957), in Ecrits, op. cit., p. 506.
[10] Ivi, p. 508; la metafora, quindi, è funzione della sostituzione di un significante S con un altro significante S’ a cui corrisponde, come effetto, la produzione (+) di un effetto di significazione, di un “più-di-senso”
[11] S. Tendlarz, in Scilicet del Nome-del-Padre, testi preparatori al Congresso Roma 2006, AMP, 2006.
[12] Aa. V.v., Le psicosi, Annali della Sezione clinica di Milano, op. cit., p. 78.
[13] J.-A. Miller, “Supplemento topologico a «Una questione preliminare»”, op. cit., p. 177.
[14] Aa. V.v., Le psicosi, Annali della Sezione clinica di Milano, op. cit., p. 95.
[15] Ivi, p. 96.
[16] D. P. Schreber, Memorie di un malato di nervi, Adelphi, Milano, 1974.
[17] J.-A. Miller, “Supplemento topologico a «Una questione preliminare»”, op. cit., p. 175.
[18] La metonimia, come spiega Lacan nel Seminario III, “concerne la sostituzione di qualcosa che si tratta di nominare […] Si nomina una cosa con un’altra che ne è il contenente o la parte o che è in connessione con essa”. J. Lacan, Le Séminaire. Livre III, op. cit., p. 250.

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